Salvatore Pizzi, il Governatore di Terra di Lavoro

«Fu uno di quegli uomini rari che lasciano, ovunque passano, fasci di luce così serena, che percorrono l’avvenire e che non si spengono nel tempo. Patriota ardente come cospiratore indomito e indomabile; poliglotta come filosofo e critico insigne; savio legislatore come amministratore integro e sapiente; ingegno forte, ritemprato da coltura vastissima e nello stesso tempo animo così mite e così evangelicamente buono, da sentirsi felice quando insegnava al bambino povero e all’orfana derelitta. Questa la natura complessa di Salvatore Pizzi»2.

Salvatore Pizzi nacque a Procida nell’ottobre del 1816 dall’ufficiale del Genio Eugenio Pizzi e da donna Irene. Le motivazioni che portarono la famiglia Pizzi a lasciare Procida per trasferirsi nella città di Capua non sono note, ma si pensa che fossero in relazione alla carriera militare del padre.

Dopo aver portato a termine gli studi ginnasiali e liceali, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli, dove si laureò a soli ventidue anni. Giovanissimo «con l’animo infiammato del più caldo amore di patria s’iscrisse alla Giovane Italia», diventando una figura di primo piano anche nella storia del Risorgimento italiano. Nel 1848 era già considerato il capo del partito liberale in Terra di Lavoro e, quando il Borbone rinnegò la fede data e giurata, fece parte del comitato che doveva raccogliere forze per riottenere la Costituzione negata.

Tra il 1848 e il 1860 circa fu arrestato più volte con varie accuse: essere stato capo della «setta unitaria» in Terra di Lavoro, aver complottato per fomentare la diserzione degli Svizzeri, aver diretto una congiura per muovere a rivoluzione il popolo. Nel momento in cui veniva liberato, era costretto a pagare una notevole somma di denaro (intorno ai 200 ducati) e sottoposto a stretta sorveglianza da parte della polizia; quest’ultima doveva spedire alle autorità centrali un minuzioso rapporto su quel che faceva e sulle sue frequentazioni. La cosa non desta meraviglia, se addirittura negli archivi segreti del Borbone si leggono queste precise parole: «Bisogna spiare perfino il respiro di Salvatore Pizzi». Oltre a questi serrati controlli subiva anche il sequestro di libri, così detti proibiti, tanto che la sua ricchissima biblioteca fu ridotta a meno della metà.

La sua vita fu funestata, proprio in quel periodo, dalla morte della giovane moglie, Maria Concetta Folli, che lasciò in lui un vuoto incolmabile, tanto che decise di rimanerle fedele e di non legarsi più ad alcuna donna. Quindi non gli restava che dedicare le sue attenzioni al figlioletto Eugenio.

Quando Garibaldi organizzò l’impresa dei Mille Pizzi era pronto a prendervi parte, e il suo contributo fu tale che lo stesso Garibaldi, nel 1860, lo propose come ; ma lui, per una naturale ritrosia ad emergere, esitò nell’accettare l’importante carica. Sollecitato e acclamato da ogni parte, il 16 settembre 1860, con decreto del Dittatore controfirmato Bertani, accettò la nomina di Governatore con poteri illimitati. Ma acconsentì solo per carità di patria; e infatti, appena la situazione andò normalizzandosi, tre mesi dopo (1° gennaio 1861) rinunciò all’incarico, anche perché si era reso conto di quanto la realtà fosse diversa dai suoi ideali.

A questo punto realizzò che l’unica cosa che lo avrebbe gratificato realmente sarebbe stata dedicare la sua attività e tutto se stesso a promuovere l’educazione morale e civile nella sua provincia. Egli aveva compreso che il sacro ideale dell’elevazione sociale si raggiungeva per due vie: la cultura a base di scienza nelle classi dirigenti e la cultura a base di morale nel popolo.«Dobbiamo distruggere i pregiudizi e creare le coscienze», diceva, «l’uomo opera come ama, ed ama come pensa»3. Era convinto che la forza delle nazioni risiedesse tutta nell’indole morale, che si costruisce soltanto con una sana istruzione.Cominciò a dedicare le sue cure alla città di Capua dove c’era un’elevata percentuale di analfabetismo, come del resto in tutto il paese, occupandosi specialmente dell’educazione delle donne.A Capua c’era il grandioso locale del Conservatorio dell’Annunciata, ma a causa delle sue pessime condizioni c’era tanto da fare per crearvi un vero e proprio collegio femminile. Le difficoltà di fronte alle quali si trovò il Pizzi non furono solo legate alla fatiscenza dell’edificio, ma soprattutto alla diffidenza del popolo nei confronti della scuola statale: diffidenza alimentata anche dalla cattiva pubblicità del clero, che da sempre aveva detenuto nelle proprie mani il monopolio dell’istruzione. Un’altra difficoltà era costituita dalla mancanza di testi scolastici e di un metodo didattico moderno. In Italia non ne trovò alcuno che corrispondesse ai suoi criteri educativi: gli parve di trovarne in Germania, culturalmente più progredita, e quindi cominciò un lavoro di traduzione di testi tedeschi per indicare principi, metodi, ordinamenti, programmi, atti a creare un sistema educativo al passo coi tempi4.Motivi di salute gli impedirono di portare a compimento il suo disegno, ma grazie alle somme versate dalla Provincia e dalla Congrega le opere di traduzione furono portate a termine e stampate in italiano.Tra i testi da lui tradotti ricordiamo: Teoria dell’educazione di G. A. Riecke, pubblicato nel 1871 e ristampato nel 1880 dall’editore Detken di Napoli; Storia Filosofica dello Schwegler, la Storia e Filosofia religiosa del Kraft e la Storia della Chiesa Cristiana dello Zeller, opere facenti parte della «Nuova Enciclopedia delle Scienze e delle Lettere per la Nazione Tedesca» pubblicata a Stoccarda dall’ed. Frank nel 1852-54. Inoltre dedicò all’educazione nazionale una collana di produzioni di ordine pedagogico con le opere di Kehr, Schubert, Cruger, Flinzer, Diesterwerg, Luben, contribuendo con questi libri al fiorire delle scuole normali di Capua e di Caserta5.Pizzi morì nell’ottobre del 1877, lasciando tutta la provincia addolorata e sgomenta. In onore dell’illustre personaggio fu eretto, nel Gran Salone dell’Educandato Femminile dell’Annunciata in Capua, un busto marmoreo, opera dell’artista cav. Onofrio Buccini, inaugurato nel 1883. Per l’occasione furono tenuti discorsi da autorità intervenute alla cerimonia, come il sindaco di Capua Salvatore Garofano, il direttore A. Bellentani6 e altri professori.Quando ci fu il definitivo riconoscimento della parificazione, l’istituto venne intitolato«Scuola Normale Pareggiata Salvatore Pizzi» in onore dell’opera da lui svolta, e quando, in seguito alla riforma della scuola italiana avvenuta nel 1923, fu trasformato in Istituto Magistrale Statale, conservò ancora il suo nome.Per illustrarne compiutamente la personalità occorre anche ricordare il suo impegno come consigliere nell’amministrazione provinciale, a partire dal 1860. Eletto più volte presidente del Consiglio e membro di tutte le commissioni più importanti, lasciò tracce della sua operosità in ogni campo dando impulso alla viabilità, alle bonifiche, all’arginamento del Liri, promuovendo la compensazione tra debiti e crediti dei comuni e non trascurando nessuna delle questioni più importanti.

1 G. DE NITTO, Caserta, il primo vademecum. Nel 1879 Enrico Laracca fu l’autore della guida turistica della città. («Il Mattino», 20 ago. 2003, p. 37)

.2 A. LAURI, Dizionario dei cittadini notevoli di Terra di Lavoro antichi e moderni. Sora, D’Amico, 1915, p. 137.117

3 M. CAPPUCCIO, La Scuola Normale Femminile di Capua nel periodo più glorioso della sua storia (1866-1889). Napoli, Tip. Napoletana, 1966?, in appendice 3, p. 7.

4 A. LAURI, op. cit. p. 141.

5 A. LAURI, op. cit. p. 142.

6 A. BELLENTANI, La scuola Normale Femminile di Capua a sua eccellenza il signor Ministro di pubblica istruzione [Memoria]. Napoli, tip. G. De Angelis e figlio, 1886.