
La fontana di Centurano con la sua storia legata a Ferdinando di Borbone e al suo barbiere è un esempio della ricchezza descrittiva e dell’attenzione ai dettagli che Matilde Serao usava per costruire le sue ambientazioni, rendendole vive e significative. La sua storia è legata al Boschetto di Centurano, davanti al quale si trova. E’ presentata come un elemento caratteristico e suggestivo del piccolo e aristocratico villaggio, luogo di ville signorili e viuzze strette. Nel romanzo però si parla in un’atmosfera piovosa e malinconica: “Il piccolo e aristocratico villaggio di Centurano, fatto tutto di ville signorili, divise da viuzze strette e da siepi fiorite, taceva sotto la pioggia. All’angolo della strada maestra che viene da Caserta, la fontana che Ferdinando di Borbone concesse al suo barbitonsore favorito, Michelangelo Viglia, traboccava di acqua piovana.”
l’ambientazione è di stile verista e , fornisce un dettaglio vivido e radicato nella realtà locale. La fontana, che “traboccava di acqua piovana”, enfatizza l’atmosfera cupa e introspettiva della giornata piovosa in cui la scena è ambientata.
L’indicazione che la fontana fu “concessa da Ferdinando di Borbone al suo barbitonsore favorito, Michelangelo Viglia” aggiunge un tocco di colore e di storia locale, arricchendo il quadro del villaggio con un elemento che evoca il passato borbonico e le eccentricità reali. Questo aneddoto potrebbe avere origini in leggende popolari o piccole curiosità storiche legate alla corte di Caserta.
Va ricordato che la Serao era di casa a Centurano ospite delle famiglie Ricciardi e Pierantoni.
“Villa Pierantoni”. di origine ottocentesca, con parco e giardino, era una residenza agricolo-residenziale. A Centurano, Grazia Pierantoni Mancini, moglie del giurista Augusto Pierantoni, fondò a sue spese un asilo e una scuola di lavoro femminile, segno del loro impegno sociale nella zona. Umberto Pierantoni era zoologo nato a Caserta il 25 settembre 1876, ha lasciato un segno significativo nel campo della biologia, in particolare per i suoi studi sulle simbiosi biologiche. Si laureò in Scienze Naturali presso l’Università di Napoli “Federico II” nel 1899. Iniziò la sua carriera universitaria come assistente del suo maestro Saverio Monticelli. Fu docente di Zoologia in diverse università italiane.All’Università di Napoli, dove ricoprì le cattedre di Anatomia Comparata (1912-1926) e poi di Zoologia (dopo il pensionamento di Monticelli nel 1928, fino al 1947). Fu socio nazionale residente dell’Accademia delle Scienze di Torino dal 1924. ed anche accademico pontificio (dal 1940) e socio nazionale dei Lincei (dal 1946).
Le sue ricerche riguradavano le simbiosi fisiologiche ereditarie negli insetti e in altri animali luminosi. I suoi studi furono pionieristici nell’esplorare le relazioni di mutuo beneficio tra organismi diversi, con un’attenzione particolare ai microorganismi endosimbionti. ancora oggi è considerato uno dei precursori della moderna teoria dell’endosimbiosi, che spiega l’origine di organuli cellulari complessi come i mitocondri e i cloroplasti attraverso l’inglobamento di organismi procarioti da parte di cellule primitive. Questa teoria è stata successivamente rielaborata e ampiamente accettata dalla comunità scientifica. morì a Napoli il 16 novembre 1959. Una famiglia benestate e appartenente al Notabilato locale e non solo.
Dovettero esser le lucciole che in settembre illuminano la notte di Centuano e gli studi del padrone di casa a suggerire a Matilde Serao le atmosfere maliconiche e suggestive della narrazione, inoltre nel romanzo che esplora le complessità della società e dei personaggi del tempo, la fontana con la sua storia passata funge da piccolo simbolo di un’epoca e di una cultura specifiche, contribuendo a dare profondità al luogo.
Sotto la pioggia fitta, continua, dal romorìo monotono e melanconico, che il novembre riversa sulla terra, scompariva la campagna ancora verde. Laggiù, Caserta, avvolta nella pioggia come in un velo di nebbia, pareva una grande macchia grigia, cupa sopra un fondo grigio chiaro. Dietro la pioggia erano scomparsi i monti Tifata, che si tingono così intensamente di violetto nei lunghi tramonti autunnali. Il piccolo e aristocratico villaggio di Centurano, fatto tutto di ville signorili, divise da viuzze strette e da siepi fiorite, taceva sotto la pioggia. All’angolo della strada maestra che viene da Caserta, la fontana che Ferdinando di Borbone concesse al suo barbitonsore favorito, Michelangelo Viglia, traboccava di acqua piovana. La giornata triste, lunga, acquitrinosa, moriva lentamente in un crepuscolo di pioggia che sembrava già la sera. Nessun rumore. Gli ultimi villeggianti se ne stavano chiusi nelle case, sbadigliando, sonnecchiando, guardando dai vetri i giardini sfoltiti e immollati d’acqua, le rose d’ogni mese pendenti e come scapigliate, i piccoli pantani dove cascava fitta la pioggia, i pergolati di passiflore, qua e là devastati, mostranti il legno nudo, come le ossa di uno scheletro. Dietro una finestra si vedeva la faccia vecchia e scialba, la papalina di velluto rosso del giudice del tribunale di Santamaria, cav. Scardamaglia; dietro un’altra il naso troppo aquilino e le guance lunghe della signora Magalotti, la moglie dell’ingegnere pei lavori del palazzo reale. Sulla loggia coperta della loro villa, i bambini dell’avvocato Farini correvano e strillavano, con le mani bagnate, il nasino bagnato, le calzettine bagnate: sotto l’arco del balcone, Francesca, la balia, faceva la calza, senza sgridarli. Le grondaie mandavano acqua a sgorgo, le catinelle erano piene, i tini per il bucato famigliare traboccavano, le muraglie si macchiavano come di ruggine. Dietro i cristalli del suo balcone Caterina guardava la fontana, da cui l’acqua riboccante cadeva sulla terra. Cercava di spingere lo sguardo lontano, sulla via di Caserta, ma non le riesciva vedere nulla, per la pioggia. Ritornava a guardare la fontana dell’angolo e a leggere i primi due versi della sciocca iscrizione: Diemmi dell’acqua Giulia Un rivoletto il Re.

Ma la contemplazione la stancava. Ricominciò a cucire. Sedeva nel vano del balcone, avendo dinanzi un tavolino da lavoro, sparsivi sopra i gomitoli, l’agoraio, il cuscinetto degli spilli, le forbici grandi e piccole, le matassine di nastro da orlare; accanto aveva un grande cesto di biancheria nuova, tutta impuntita, da cucire. Ora faceva l’orlo a un tovagliuolo di Fiandra; ne aveva già orlati quattro, che stavano, piegati, sul tavolino. Cuciva piano, senz’affrettarsi troppo, senza curvarsi troppo sul lavoro, con una giustezza armoniosa di movimenti. Quando tagliava il filo con le forbici, si voltava un momento verso la strada, per vedere se alcuno giungesse. Poi riprendeva pazientemente l’orlo, stirandolo con l’unghia rosea per renderlo uguale. Una volta, un rumore nella via la fece scuotere: abbandonò il cucito, stette ad aspettare. Era il carrozzino coperto in cui l’avvocato Farini tornava da Nola, dove era stato per una causa in pretura. L’avvocato, scendendo, le fece una grande scappellata. Lei, malgrado il disinganno, salutò con un bel sorriso e seguì con lo sguardo l’avvocato a cui i bambini tendevano le braccia dai ferri della loggia, strillando. Di nuovo il profilo corretto si chinò sulla tela fiorata e la mano agile fece correre l’ago. Caterina pareva fatta più grande, sebbene serbasse ancora una certa delicatezza fanciullesca, una minutezza gentile di lineamenti. Lo sguardo degli occhi grigi era più fermo, più diritto; si era assodato il contorno delle guance, era diventato più energico il mento. Sulla fronte un po’bassa calavano le due falde dei capelli castani, un po’ondulati, raccolti sulla nuca in una grossa treccia, sorretta da un pettine a fascia, di tartaruga bionda. Portava un abito da casa, corto, di casimiro bianco avorio, appannato e morbido:
molto serrata la vita, ricordo della civetteria collegiale. Al collo una grande cravatta di merletto quasi gialla, a fiocco ricco, ove il mento si seppelliva, sul quale il viso pigliava una finissima tinta rosea. Del merletto riccio ai polsi. Nessun gioiello. Solo all’anulare della mano diritta una fascetta semplice d’oro. Tutta la persona aveva insieme qualche cosa di semplice e di sereno, di nitidamente tranquillo e allegro.
MNR
