Sotto la pioggia fitta, continua, dal romorìo monotono e melanconico, che il novembre riversa sulla terra, scompariva la campagna ancora verde. Laggiù, Caserta, avvolta nella pioggia come in un velo di nebbia, pareva una grande macchia grigia, cupa sopra un fondo grigio chiaro. Dietro la pioggia erano scomparsi i monti Tifata, che si tingono così intensamente di violetto nei lunghi tramonti autunnali. Il piccolo e aristocratico villaggio di Centurano, fatto tutto di ville signorili, divise da viuzze strette e da siepi fiorite, taceva sotto la pioggia. All’angolo della strada maestra che viene da Caserta, la fontana che Ferdinando di Borbone concesse al suo barbitonsore favorito, Michelangelo Viglia, traboccava di acqua piovana. La giornata triste, lunga, acquitrinosa, moriva lentamente in un crepuscolo di pioggia che sembrava già la sera. Nessun rumore. Gli ultimi villeggianti se ne stavano chiusi nelle case, sbadigliando, sonnecchiando, guardando dai vetri i giardini sfoltiti e immollati d’acqua, le rose d’ogni mese pendenti e come scapigliate, i piccoli pantani dove cascava fitta la pioggia, i pergolati di passiflore, qua e là devastati, mostranti il legno nudo, come le ossa di uno scheletro. Dietro una finestra si vedeva la faccia vecchia e scialba, la papalina di velluto rosso del giudice del tribunale di Santamaria, cav. Scardamaglia; dietro un’altra il naso troppo aquilino e le guance lunghe della signora Magalotti, la moglie dell’ingegnere pei lavori del palazzo reale. Sulla loggia coperta della loro villa, i bambini dell’avvocato Farini correvano e strillavano, con le mani bagnate, il nasino bagnato, le calzettine bagnate: sotto l’arco del balcone, Francesca, la balia, faceva la calza, senza sgridarli. Le grondaie mandavano acqua a sgorgo, le catinelle erano piene, i tini per il bucato famigliare traboccavano, le muraglie si macchiavano come di ruggine. Dietro i cristalli del suo balcone Caterina guardava la fontana, da cui l’acqua riboccante cadeva sulla terra. Cercava di spingere lo sguardo lontano, sulla via di Caserta, ma non le riesciva vedere nulla, per la pioggia. Ritornava a guardare la fontana dell’angolo e a leggere i primi due versi della sciocca iscrizione: Diemmi dell’acqua Giulia Un rivoletto il Re.

fontana di Centurano

Ma la contemplazione la stancava. Ricominciò a cucire. Sedeva nel vano del balcone, avendo dinanzi un tavolino da lavoro, sparsivi sopra i gomitoli, l’agoraio, il cuscinetto degli spilli, le forbici grandi e piccole, le matassine di nastro da orlare; accanto aveva un grande cesto di biancheria nuova, tutta impuntita, da cucire. Ora faceva l’orlo a un tovagliuolo di Fiandra; ne aveva già orlati quattro, che stavano, piegati, sul tavolino. Cuciva piano, senz’affrettarsi troppo, senza curvarsi troppo sul lavoro, con una giustezza armoniosa di movimenti. Quando tagliava il filo con le forbici, si voltava un momento verso la strada, per vedere se alcuno giungesse. Poi riprendeva pazientemente l’orlo, stirandolo con l’unghia rosea per renderlo uguale. Una volta, un rumore nella via la fece scuotere: abbandonò il cucito, stette ad aspettare. Era il carrozzino coperto in cui l’avvocato Farini tornava da Nola, dove era stato per una causa in pretura. L’avvocato, scendendo, le fece una grande scappellata. Lei, malgrado il disinganno, salutò con un bel sorriso e seguì con lo sguardo l’avvocato a cui i bambini tendevano le braccia dai ferri della loggia, strillando. Di nuovo il profilo corretto si chinò sulla tela fiorata e la mano agile fece correre l’ago. Caterina pareva fatta più grande, sebbene serbasse ancora una certa delicatezza fanciullesca, una minutezza gentile di lineamenti. Lo sguardo degli occhi grigi era più fermo, più diritto; si era assodato il contorno delle guance, era diventato più energico il mento. Sulla fronte un po’bassa calavano le due falde dei capelli castani, un po’ondulati, raccolti sulla nuca in una grossa treccia, sorretta da un pettine a fascia, di tartaruga bionda. Portava un abito da casa, corto, di casimiro bianco avorio, appannato e morbido:
molto serrata la vita, ricordo della civetteria collegiale. Al collo una grande cravatta di merletto quasi gialla, a fiocco ricco, ove il mento si seppelliva, sul quale il viso pigliava una finissima tinta rosea. Del merletto riccio ai polsi. Nessun gioiello. Solo all’anulare della mano diritta una fascetta semplice d’oro. Tutta la persona aveva insieme qualche cosa di semplice e di sereno, di nitidamente tranquillo e allegro.

MNR