Il “Saper vivere” di Matilde Serao tra antifemminismo ideologico e modernità esistenziale

 

La fake news del pressapochismo

di Mauro Nemesio Rossi

Il passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo è stato per l’Italia problematico e contraddittorio nel dare una definizione al concetto femminile. Alla fine dell’Ottocento, nel rigore positivista, nascevano le prime rivendicazioni suffragiste, ancor più all’inizio del Novecento fu caratterizzato dalle avanguardie storiche e dalla rottura dei preconcetti borghesi. In questo contesto la cultura italiana è stata costretta a fare i conti con donne che non volevano essere confinate nel contesto delle casalinghe. Tuttavia, le modalità con cui queste donne hanno imposto la propria presenza nel panorama pubblico sono state radicalmente diverse, spesso contrapposte, muovendosi lungo una contrapposizione che separava l’ideologia politica, la rivoluzione artistica e la provocazione esistenziale.

Una delle protagoniste è Matilde Serao, Come analizzato nel suo manuale Saper vivere (1900), la Serao raffigura la singolarità di una donna che esercita un potere professionale e manageriale tipicamente maschile, rimanendo ideologicamente legata a un antifemminismo intransigente, teso a preservare l’ordine patriarcale e la morale borghese. Per la Serao, la libertà è un’eccezione concessa al genio individuale, non un diritto politico da estendere alla gente.

Questo esempio di emancipazione nei fatti entra in rotta di collisione con altre figure grandi protagoniste del costume italiano: Eleonora Duse (1858–1924) in una generazione successiva ma contigua nella sua carica eversiva a  Paola Borboni (1900–1995). Se la Serao combatte il femminismo politico con la penna pur vivendo da donna libera, la Duse rompe i codici del femminile dentro, attraverso una riscrittura psicologica dell’anima della donna sulla scena, mentre la Borboni compie l’ultimo, spudorato passo cioè la liberazione del corpo femminile e la distruzione del vietato generazionale e sessuali.

«Queste note nascono dal dovere di replicare a critiche volgari e storicamente false, formulate a Caserta da chi ha goffamente tentato di confutare quanto documentato nel mio libro “La sposa di Mussolini di Matilde Serao”. Eppure, basterebbe la consultazione delle fonti per mettere a tacere ogni dubbio: il testo è supportato da scritti autografi della Serao, non ultimo il racconto Omnia trinum e la strenna del dicembre 1926 pubblicata sul Mattino Illustrato, intitolata proprio “La sposa di Mussolini”, in cui la scrittrice tesse l’elogio del Duce.

Fa quasi sorridere che un personaggio privo di spessore culturale e dei rudimenti minimi per comprendere un saggio pretenda di dichiararsi erede e interprete insindacabile dell’opera seraoiana, forte solo di una pretesa identità paesana legata al fugace soggiorno della scrittrice nella sua contrada. Ma la geografia non sostituisce la competenza: e laddove mancano le capacità intellettuali, ogni pretesa di primato culturale frana sotto il peso della propria oscurità.»

Se ragioni di sciatteria il suddetto personaggio non ha potuto (o saputo) leggere nemmeno Omnia Trinum, mi auguro che almeno abbia avuto la compiacenza di sfogliare il manuale Saper vivere (1900). È proprio in quelle pagine, infatti, che la Serao incarna per la prima volta il paradosso monumentale della sua esistenza: una donna capace di esercitare un potere professionale e manageriale immenso, tipicamente maschile, rimanendo però ideologicamente antifemminista e ancorata a una precisa visione conservatrice dell’ordine sociale. Quanto poi alle strumentali accuse sul suo presunto e monolitico antifascismo, sbandierate da chi confonde la ricerca storica con la retorica di paese, una risposta definitiva, scientifica e documentata sarà data nel corso del prossimo dibattito pubblico.

L’analisi comparata in esame, che esplora le diverse e antitetiche declinazioni del femminismo e dell’emancipazione tra Matilde Serao, Eleonora Duse e Paola Borboni, nasce da un rigoroso approfondimento filologico e biografico. Per quanto riguarda le prime due, lo studio scava nel fitto legame intellettuale e sentimentale testimoniato dai rispettivi epistolari con il Vate, Gabriele d’Annunzio; un filo rosso che si stringe drammaticamente alla morte della Duse, quando fu proprio la Serao a tesserne i memorabili elogi funebri, rivelandone con acume e sensibilità la conversione al cattolicesimo in punto di morte.

Con Paola Borboni, invece, l’analisi è frutto di una mia diretta e personale conoscenza, risalente agli anni della mia giovinezza, quando l’attrice frequentava Casertavecchia in occasione delle storiche edizioni del Settembre al Borgo. In quegli incontri, la Borboni mi rivelò i dettagli più intimi della sua vita e delle sue leggendarie trasgressioni: l’audacia di una ventenne che cavalcava i palcoscenici dei teatri di tutto il mondo mostrandosi a seno nudo, la sua fiera ribellione contro gli uomini di potere e la sua aperta contestazione verso quelle donne che non trovavano il coraggio di ribellarsi a una società che ne limitava l’ascesa.

Davanti a questo patrimonio di documenti d’archivio e di memorie vissute, ogni sterile polemica locale si estingue da sé. La storia e la critica letteraria appartengono a chi le indaga con rigore e passione, non a chi tenta di ridurle a un mero pretesto di vanità paesana.»

Una riflessione questa che si propone scavare nella complessa geografia dell’emancipazione italiana attraverso il confronto di queste tre donne straordinarie, evidenziando come l’antifemminismo della Serao si contrapponga alla modernità intellettuale della Duse e alla spregiudicatezza vitale della Borbone, in un dialogo a tre voci che svela le profonde contraddizioni della modernità italiana.

Per comprendere la distanza che separa Matilde Serao da Eleonora Duse e Paola Borboni, è necessario speculare sul conservatorismo seraoiano. Il Saper vivere non è un elenco di norme di buona creanza, ma un vero e proprio vademecum pubblico. La Serao, giornalista Verista abituata a sezionare il sociale di Napoli e di Roma con acutezza, applica regole servono a contenere le forze innovative della modernità.

Nel suo manuale, la donna diventa il sistema frenante. La scrittrice teorizza un suo femminino che trova la ragion d’essere nel sacrificio, nella sottomissione domestica e nella rinuncia alla sfera pubblica. Quando si confronta direttamente con il femminismo della sua epoca, non usa mezze misure: rifiuta il diritto di voto, bolla le suffragette come figure bizzarre che tentano di scimmiottare gli uomini e difende la superiorità morale della donna proprio in virtù della sua esclusione dalle bassezze della vita politica.

Il paradosso della Serao, risiede nella sfrontatezza della sua prassi. Fondando giornali (Il Mattino, Il Giorno), fumando sigari nelle redazioni, lasciando il marito Edoardo Scarfoglio dopo uno scandalo clamoroso e crescendo la figlia illegittima che il consorte aveva avuto da un’amante suicida, Matilde calpesta ogni singola pagina del suo Saper vivere. Tuttavia, la sua mente rifiuta di tradurre questa parentesi biografica in un’istanza collettiva. La Serao si sente un’eccezione, un gigante della volontà che può permettersi la libertà poiché possiede la facoltà di gestirla, mentre ritiene che la parità dei diritti legislativi per la massa delle donne avrebbe l’unico effetto di disgregare la famiglia, cellula fondamentale dello Stato.

Quasi coetanea della Serao, Eleonora Duse da una risposta totalmente diversa all’antifemmismo  di fine secolo. La Duse non manifesta e non partecipa manifestazioni suffragiste.  Il suo femminismo è nell’arte drammatica, attuando  quello che la critica ha definito un “femminismo della carne e dell’anima”.

Laddove Matilde Serao, nei suoi romanzi e nei suoi articoli, descrive spesso donne vittime del destino, sottomesse o intrappolate nei codici morali della borghesia pur descrivendole  con toni veristi.  la Duse fa propri gli scritti di uomini: da Alexandre Dumas figlio a Henrik Ibsen, fino a Gabriele D’Annunzio e li sovverte con  la sua recitazione. Il suo modo di stare sulla scena è una rivoluzione: rifiuta il trucco pesante, non indossa parrucche, lascia che i suoi capelli imbianchino precocemente e usa le mani e il corpo per esprimere un’interiorità tormentata che rifiuta di piegarsi alle convenzioni maschili.

Il confronto con la Serao regge proprio sul terreno dell’interpretazione dei ruoli femminili:

Nel Saper vivere, la Serao raccomanda alla donna di soffrire in silenzio, di mantenere intatto il decoro esterno anche di fronte al tradimento o alla tragedia. La Duse, invece, porta sulla scena il crollo psicologico della donna borghese.  In Casa di bambola di Ibsen o nella signora delle camelie, la Duse non dà una lezione di comportamento, mostra il limite delle buone maniere borghesi. Il “gesto delle mani”, che si contraggono o si posano sul viso, è i una sofferenza esplicita e ribelle non certa decorosa, ma che denunzia.

La Serao è diffidente nei confronti della donna colta che fa mostra del proprio sapere, riscontrando un pericolo di mascolinizzazione. La propria cultura è uno strumento di liberazione economica e artistica. Eleonora, invece, fa Diventa capocomica, assumendosi la responsabilità finanziaria e artistica delle proprie tournée mondiali, esattamente come la Serao faceva con i suoi giornali, ma a differenza di Matilde, la Duse rivendica questa autonomia come un atto di affermazione dell’arte al femminile.

Il femminismo della Duse era  la rivelazione di una specificità spirituale e intellettuale che l’uomo non aveva mai compreso. In questo, l’attrice è immensamente più moderna della Serao: non cerca di sostenere la borghesia della tradizione, ma mostra l’ipocrisia dei ruoli che la Serao, nel suo manuale, si ostinava a codificare.

Se il contrasto tra la Serao e la Duse si gioca sul terreno dell’intelletto e dell’interpretazione psicologica, con Paola Borboni si sposta sul piano, carnale e visibile della modernità: il corpo e la libertà esistenziale assoluta.

Nata nel 1900, esattamente l’anno in cui la Serao dava alle stampe il Saper vivere, la Borboni venti anni dopo dimostra i cambiamento del tempo la scarsa lungimiranza delle Serao, Appartiene alla generazione che raccoglie i frutti delle rotture del primo Novecento. La Serao rappresenta una morale ottocentesca e la Duse la sacerdotessa della transizione spirituale, la Borboni è la detonazione della spregiudicatezza novecentesca.

La Borboni compie atti che per la Serao del Saper vivere sarebbero stati qualificati come veri e propri crimini contro il decoro sociale:

Nel 1925, nello spettacolo Alga Marina di Carlo Veneziani, Paola Borboni compare in scena a seno nudo. Fu il primo nudo della storia del teatro italiano moderno. Non un esibizionismo, ma una rivendicazione di possesso del proprio corpo contro la censura bigotta e l’ipocrisia del pubblico borghese. Per la Serao, che nel manuale prescriveva persino la scollatura appropriata per non offendere la decenza del salotto, un simile gesto rappresentava la fine della civiltà. Per la Borboni, era l’inizio della libertà.

Paola Borboni ha vissuto la vita rifiutando recitando sempre contro le scadenze biologiche e sociali imposte dalla società. Ha amato chi ha voluto, ha vissuto da sola, e in tarda età, a 72 anni, ha sposato Bruno Vilar, un attore, poeta più giovane di lei di ben quarantadue anni. Fino alla sua morte, avvenuta a 95 anni, la Borboni ha esibito questa sua relazione con orgoglio, sfrontatezza e totale disprezzo per i giudizi morali dell’opinione pubblica.

Qui il bizzarria tra la Serao e la Borboni invertita. La Serao viveva una vita privata irregolare (la separazione di fatto, il compagno convivente, la figlia fuori dal matrimonio) ma la nascondeva sotto il velo della rispettabilità borghese e la condannava nei suoi scritti teorici. La Borboni, invece, fa della propria “irregolarità” un manifesto. Non avverte alcuna scissione tra ciò che pensa e ciò che fa: la sua mente è spregiudicata esattamente quanto la sua vita. Non sente il bisogno di rassicurare il ceto medio conservatore; il suo obiettivo è, al contrario, scandalizzarlo sperando che si evolvesse.

Questo quadro descritto dimostra come la modernità non sia un blocco monolitico. C’è una modernità delle strutture economiche (quella della Serao, che capisce il capitalismo editoriale, una modernità delle strutture psicologiche, quella della Duse, che anticipa la psicanalisi sulla scena, e una modernità delle strutture biologico-comportamentali (quella della Borboni, che anticipa la rivoluzione sessuale).

L’aspetto più straordinario di questo confronto è notare come Matilde Serao, nel suo ruolo di cronista di costume, si sia trovata spesso a dover giudicare la modernità che avanzava attraverso donne come la Duse. La Serao ammirava profondamente l’attrice, ne riconosceva l’immenso genio, ma la sua penna si trovava in imbarazzo di fronte alla carica eversiva che quel modo di recitare portava con sé. Quando la Serao analizzava le eroine della Duse, cercava sempre di ricondurle nell’alveo di una sofferenza squisitamente femminile e “naturale”, tentando di disinnescare la carica di ribellione politica e sociale insita nel teatro ibseniano o dannunziano.

Questo accadeva perché la Serao vedeva nella Duse e avrebbe visto, a maggior ragione, nella Borboni) il pericolo di quella che lei considerava l’anarchia dei costumi. Se il Saper vivere della Serao assegna alla donna un ruolo frenate della società contro quello che considerava le derive del progresso scientifico, la Duse e la Borboni sono le forze acceleranti della macchina sociale verso l’emancipazione

La Borboni, in particolare, rappresenta l’esatto rovesciamento della morale seraoiana. Laddove la Serao scrive che la dignità di una donna anziana o matura risiede nella discrezione, nel ritiro spirituale e nella devozione ai ricordi familiari, la Borboni risponde con la vitalità sfacciata della sua vecchiaia, continuando a calcare le scene con costumi audaci, circondata da giovani amanti e intellettuali, rivendicando il diritto di una donna di non essere mai “messa a riposo” dalla società biologica. La Borboni realizza nei fatti ciò che la Serao non avrebbe mai osato teorizzare: la totale liberazione della donna dal giudizio della propria classe sociale.

Quando a Casertavecchia tra una pausa ed un’altra, con reverente ossequiosa atteggiamento mi avvicinai alla matura attrice invitandola a visitare la nostra galleria fotografica ricordo con grande emozione la sua risposta mentre mi fissava con attenzione: “con quegli occhi maliardi non si può dire no” sono certo che in quel momento mi aveva catalogato “nella Vitalità sfacciata delle sua vecchiaia”.

L’analisi comparativa con Eleonora Duse e Paola Borboni ci permette di comprendere quanto sia fuorviante e, ingiusto definirla una, femminista intransigente. Chi compie oggi questa forzatura commette l’errore di voler livellare la storia, cancellando le differenze per creare icone omogenee del progresso.

Matilde Serao non era una femminista. Se fosse stata contemporanea della Borboni del 1925, probabilmente avrebbe scritto articoli di fuoco dalle colonne del suo giornale per condannare quel seno nudo in scena, bollandolo come un segno della decadenza dei costumi e della volgarità dei tempi nuovi. Di fronte alla Duse, pur inchinandosi al genio, ha sempre cercato di salvare l’ideale della donna custode del focolare, interpretando il tormento dusiano come l’eterno dolore della maternità o dell’amore tradito, piuttosto che come una richiesta di emancipazione sociale.

Ma la grandezza della Serao non risiede nella sua adesione al futuro; risiede nella sua capacità di essere un territorio di scontro vivente tra il vecchio e il nuovo mondo. Se la Duse e la Borboni sono frecce scagliate direttamente verso la modernità del Novecento, la Serao è l’arco: una struttura rigida, tesa, legata al legno antico della tradizione, senza la cui forza e senza la cui resistenza la stessa emancipazione femminile italiana non avrebbe avuto lo stesso slancio pratico.

La Serao ha dimostrato alle donne italiane che si poteva occupare lo spazio del potere maschile senza dover chiedere il permesso a un’ideologia. Ha offerto un modello di emancipazione economica e professionale che ha costituito la base materiale su cui, successivamente, le generazioni della Borboni hanno potuto edificare la propria libertà del corpo e della mente.

In conclusione, il saggio comparativo tra queste tre intellettuali svela che la transizione italiana verso la modernità di genere non è avvenuta lungo un binario unico e coerente. È stata, al contrario, una dialettica violenta tra carta, anima e corpo.

Matilde Serao rimane la custode cartacea di un’ipocrisia borghese che lei stessa, ha disintegrato con sfrontatezza. Eleonora Duse rimane la liberatrice dell’anima femminile, colei che ha dato voce e dignità tragica alle nevrosi e ai desideri inespressi delle donne del suo tempo. Paola Borboni rimane la liberatrice del corpo e della prassi vitale, colei che ha traghettato la provocazione nel quotidiano, rifiutando ogni forma di compromesso con il perbenismo.

Attribuire alla Serao i meriti della Borboni o la sensibilità della Duse sarebbe un falso storico e un’operazione critica superficiale. La giornalista possiede una sua specifica, monumentale grandezza che risiede proprio nel suo rifiuto del femminismo. È stata l’avversaria più intelligente e pragmatica del movimento di emancipazione, e proprio per questo è stata la sua più grande alleata indiretta. Costringendo le donne del suo tempo a confrontarsi con il rigore analitico del suo Saper vivere, e mostrando contemporaneamente la sfrontata libertà della sua condotta lavorativa, Matilde ha costretto l’Italia a comprendere che la modernità femminile era ormai un fatto compiuto, un fenomeno inarrestabile che nessuna penna, nemmeno la sua, avrebbe mai più potuto trattenere entro i confini del salotto borghese.