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Pennaroli e masnadieri

Viaggio nella stampa locale ai tempi del primo fascismo

giornalismo

“Questi tre giornali: Terra di Lavoro, L’ Unione, La Vita  sono  palestre di turpiloquio vendute al maggiore offerente ed aperte ai più accesi conflitti di basse passioni locali, agitate con l’arma della menzogna, della più lorda contumelia  e della diffamazione. Ignora ogni decoro e senso di responsabilità questa stampa che  tutto specula, turba l’ordine delle famiglie, inquina la vita cittadina e falsa le correnti  della pubblica opinione. Questi pennaioli sono i masnadieri del giornalismo”

E’ il severo giudizio della prefettura di Caserta verso i settimanali  locali  in risposta ad una precisa richiesta del capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, Cesare Rossi del 5 ottobre del 1923.

La marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 aveva posto Caserta al Centro della Campania per essere stata scelta quale luogo di concentrazione degli squadristi che avrebbero dovuto conquistare la capitale. Fu preferita ad altri capoluoghi di provincia e alla stessa Napoli non solo per la posizione strategica e per essere un città militare, ma soprattutto per la forte ascendenza dei fascisti locali vicini al Ras campano Aurelio Padovani. Sconosciute invece sono  le ragioni che portarono la scelta della frazione Puccianiello quale punto del raduno.

Con l’avvento al potere di Benito Mussolini le maglie della censura sugli organi di informazioni si fecero più strette ed i prefetti erano chiamati a rispondere alle informative che arrivano puntualmente dal governo Centrale.

Il 1923 fu anche l’anno sulla legge per l’editoria che per essere varata doveva avere le necessarie giustificazioni al fine di moralizzare la stampa,

A giugno c’era stata  una prima circolare ai prefetti chiedendo di avere “notizie su stampa locale nei confronti dell’atteggiamento verso Governo”.

Il Consiglio dei ministri l’11 luglio su proposta del ministro Giovanni Antonio Di Cesarò affidò al guardasigilli Aldo Oviglio l’incarico di presentare uno schema di provvedimenti necessari a “prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni”.

Cesare Rossi chiedeva al prefetto di Terra di Lavoro “un prospetto organico e completissimo riflettente tutta l’attività giornalistica del Paese’ secondo quanto gli aveva richiesto il presidente del Consiglio. Occoreva fornire notizie su:

1) Nome del direttore, in sua vece, del redattore capo, sue qualità morali, tendenze politiche, atteggiamenti  particolari nei riguardi della politica generale del Governo Nazionale e di quello locali.

2) Interessi industriali e politici che ogni giornale difende e rappresenta, indicando i nomi dei sovventori e la misura del loro concorso finanziario;

3) Importanza del giornale e influenza sui ceti politici locali, tiratura ecc.;

4) Precedenti morali e politici dei redattori più noti;

5) Contegno tenuto dai giornalisti locali in occasione della recente elezioni della Presidenza dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana;

6) Eventuali alti elementi di indagine ed informazioni.

il giudizio complessivo fu pesante non solo verso l’ambiente giornalistico, specialmente verso i singoli direttori di testate.

Sul conto di Emilio Musone de L’Unione si trasmetteva che:  “processato per diffamazione rende pubbliche contumelie e vive di ricatti clandestini. Simula la politica Nazionale e difende i fascisti indisciplinati e i simpatizzanti repubblicani. L’opinione pubblica gli assegna il posto che merita”. Aristide Beato, direttore de La vita, invece, “è un turpe. Non ha meno di undici addebiti penali. Iniziò 1′iter criminis con un procedimento per incesto, lo seguì con corruzione di minorenni, procurati aborti e truffe e diffamazioni: il certificato penale per ora si chiude col reato di diserzione. E’ al servizio di chi meglio lo paga. Ora è con gli espulsi del fascismo, conduce una campagna pro Padovani” e “conclude ogni articolo con «Viva Mussolini»”.

Del direttore di Terra di Lavoro, Eduardo de Leonardis, si diceva:  “è di Corfù è greco  in tutto. Condannato più volte per ingiurie, diffamazioni e duello segue la politica dei maggiori compensi. Ora è col Governo Nazionale […] Combatte 1’Amministrazione di Caserta e più aspramente il sindaco Picazio”.

Chi ha seguito le vicende ed anche il rapporto Martelli del 1926 sul sindaco di Caserta Tommaso Picazio alla fine si rende conto che forse la battaglia di De Leonardis non era del tutto sbagliata, ma questa è un’altra storia.

 

Manero

 

Caserta 30 aprile 2013

mauro nemesio rossi

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