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Macrico: il Comune chiede la cessione al governo fin dagli anni venti

 Anni Venti del Novecento a Caserta                         

LA CITTÀ CHIEDE AL GOVERNO LA CESSIONE  DELLA PIAZZA D’ARMI CHE OSTACOLA IL SUO SVILUPPO URBANISTICO

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Olindo Isernia

  Agli inizi degli anni Venti del Novecento la città di Caserta, oltre che dalle tante altre emergenze di carattere amministrativo-finanziario[1], era afflitta da una crisi crescente degli alloggi, che stava ormai assumendo, di anno in anno, proporzioni sempre più allarmanti. La causa era dovuta al blocco di qualsiasi piano di costruzione edilizia, determinata a sua volta dalla mancanza di disponibilità, nell’ambito del territorio cittadino, di idonei suoli edificatori.

In verità, esisteva, nella zona orientale, una vasta area pianeggiante, indicata con il nome di Piazza d’Armi, che nel piano regolatore messo a punto, nel 1920, dall’ingegnere Memma, su commissione dell’allora commissario prefettizio Giuseppe Bolis, era stata individuata, quasi naturalmente, quale nuovo polo di sviluppo edilizio della Città. Il progettato piano di nuove costruzioni a scopo abitativo presentava, però, l’inconveniente, non di poco conto, che l’intera area in questione era, al momento, inutilizzabile allo scopo, poiché non era nella disponibilità del Comune, in quanto zona di pertinenza militare, adibita alle esercitazioni dei reparti dell’esercito di stanza in Città[2]. Per dare esecuzione ai progetti urbanistici programmati occorreva, pertanto, che le superiori autorità, Governo e Ministero della Guerra, avessero deciso di rinunciare a disporre della Piazza a vantaggio della Città di Caserta. L’istanza presentata in tal senso dal Comune, attraverso il prefetto della provincia, in quel medesimo anno 1920, per ottenerne la cessione, non trovò, però, favorevole accoglienza in base alla prevedibile motivazione da parte del Ministero della Guerra, che l’area era strettamente funzionale ai bisogni militari.

 ***

   A distanza di poco più di due anni, in un periodo in cui il Comune era retto, questa volta, da un’Amministrazione eletta dai cittadini e dopo che il Consiglio Comunale si era fatto più volte interprete delle «vive aspettative della cittadinanza», era il sindaco Tommaso Picazio, che, in una lunga lettera al prefetto[3], si affidava ai suoi buoni uffici a sostegno della rinnovata richiesta, da lui avanzata, in nome della Città intera, alle Autorità centrali, di cessione della Piazza d’Armi, che l’ulteriore peggioramento della situazione abitativa aveva reso ancora più impellente, per le enormi difficoltà, che procurava a quanti avevano assoluta necessità di stabilirsi a Caserta..

La lettera prendeva giustamente le mosse proprio da questo dato allarmante, che finiva per frenare anche le stesse legittime aspirazioni della Città a progredire in termini di benessere e di prosperità. Scriveva egli, infatti: «Le condizioni attuali della città di Caserta per quanto riguarda il gravissimo problema della deficienza degli alloggi non sarà certamente sfuggita alla S.V. Ill.ma […] Attualmente sono centinaia e centinaia di funzionari dipendenti dagli uffici pubblici locali costretti a risiedere con le loro famiglie lontano da Caserta […] il quale fatto, mentre non risponde alle esigenze degli uffici […] si riduce ad essere anche un grave ostacolo all’incremento ed alla prosperità di questo Capoluogo della Provincia». Né la situazione poteva dirsi migliore per tutti quei commercianti e professionisti, costretti a dimorare in Città, dove era il centro dei loro affari e dei loro interessi. Il loro disagio era ormai «giunto a quello stadio acuto che si potrebbe definire sofferenza collettiva», che il Commissario degli alloggi, per la scarsezza dei mezzi a sua disposizione, non aveva la possibilità di «sanare».

A questo punto era gioco forza provvedere ad ogni costo «a dare il maggior possibile sviluppo alle costruzioni edilizie», così come avveniva «in moltissime altre città del Regno, costrette dalle medesime  necessità». La realizzazione, però, di un piano di nuove costruzioni nel Comune di Caserta incontrava enormi difficoltà dovute alla nota sua particolare «condizione topografica», che, in chiave residenziale, non consentiva «grandi possibilità di allargamento», se si eccettuava il territorio di Piazza d’Armi, su cui l’attuale Amministrazione contava ancora di realizzare quanto era previsto dal piano Memma [4].

Tornava, in questo modo, a distanza di poco tempo, ad essere riproposta dal Comune l’istanza di dismissione dell’uso militare di quest’area, arricchita, però, da alcune proposte, argomentazioni e riferimenti giuridici in più, che corroboravano la speranza di veder esaudita la richiesta. In primo luogo, questa volta si prendeva in considerazione l’eventualità che la cessione potesse riguardare non l’intera area, ma soltanto una parte di essa, in considerazione della sua notevole estensione. Questa possibilità era, nella corrispondenza, indicata espressamente nel punto in cui il sindaco Picazio faceva riferimento alle possibili alternative alla Piazza d’Armi per lo svolgimento delle attività dell’esercito. Si sarebbe potuto provvedere, in linea principale, cercando di «ottenere che l’attuale campo della Malalocata, di cui oggi fruisce in minima parte solo la Rª Scuola della Guardia di Finanza, sia destinata a piazza d’armi per tutte le truppe residenti»; o, per l’appunto, in subordine, nella «dannata ipotesi, in quanto questo non fosse possibile, con lasciare allo scopo di cui trattasi soltanto una parte di quell’area che oggi appare del tutto sproporzionata»[5]. Anche dal punto di vista giuridico, rispetto a due anni prima, il primo cittadino poteva avvalersi di qualche argomentazione in più e di una nuova norma legislativa, che, senza dubbio, conferivano maggiore concretezza alla possibilità di veder esaudite le aspirazioni dell’intera Città. Pertanto, a suo giudizio, anche da questo versante non sarebbero dovuti insorgere particolari problemi, sia perché non sembrava che potesse «ostare alla cessione che s’invoca l’attuale destinazione dell’area suddetta», se solo si teneva presente che di essa, in passato, «già delle porzioni sono state cedute e diversamente destinate»; e, soprattutto perché il tutto sarebbe avvenuto in perfetta conformità e «ai sensi di quanto il legislatore ha stabilito, come rilevasi dal secondo comma dell’art. 31 della legge 9 novembre che dice: “Saranno di preferenza liberati dalle servitù militari i terreni per la costruzione di case popolari ed economiche”». Che era proprio quanto era intenzionato a realizzare il Comune, una volta conseguito  il dominio utile sulla superficie in questione. A questo punto, scriveva l’avvocato Picazio,  l’Amministrazione comunale «si farebbe iniziatore in concerto con il locale Istituto delle Case Popolari dell’attuazione del piano regolatore […] e delle costruzioni di case a tipo economico». Ovviamente la stessa si sarebbe addossato anche «l’intero onere del canone annuo a favore della Mensa Vescovile».

Nelle conclusioni, il primo cittadino di Caserta tornava, infine, a rimarcare il «il vantaggio inestimabile per questa Città», che sarebbe derivato nel caso di benevolo accoglimento dell’istanza da parte dei superiori organi centrali e tutto ciò, aggiungeva, «senza che derivi danno veruno all’Amministrazione dello Stato», che, al contrario, ne avrebbe derivato il beneficio di restare esonerato dal pagamento alla Mensa Vescovile del canone annuo.

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  Dopo circa un mese dal Ministero della Guerra perveniva in Prefettura un primo riscontro[6] alla richiesta di cessione formulata dal Comune. Si trattava di una risposta, che, almeno formalmente, aveva carattere interlocutorio, anche se il riferimento al recente precedente non lasciava troppo ben sperare. Dopo aver ricordato che la questione era stata «già altra volta, nel 1920, oggetto di esame» da parte del Ministero e che lo stesso «non poté aderire alla richiesta cessione, essendo risultati gli immobili necessari ai bisogni dell’esercito», comunicava che, in ogni modo, era stata sottoposta  nuovamente all’esame delle competenti Autorità militari territoriali per conoscere se l’attuale stato di cose consenta addivenire alla cessione dell’immobile. Soltanto dopo l’acquisizione da parte del Ministero dei «necessari elementi» forniti dalle «prefate Autorità», si sarebbe presa al riguardo «una sollecita decisione».

Ancora una volta, però, tanto i buoni uffici del prefetto, quanto gli argomenti portati a sostegno dal sindaco Picazio non valsero ad ottenere il tanto agognato assenso del Ministero della Guerra alla dismissione dell’area[7]. Piazza d’Armi continuò a restare territorio di pertinenza militare e, di conseguenza, costituì una vera e propria palla al piede della Città, che si vide negato il diritto di rispondere alle sue esigenze di sviluppo urbanistico in maniera armonica ed equilibrata. Ancora molti decenni sarebbero dovuti passare prima di  giungere, sul finire del secolo scorso, alla smilitarizzazione dell’area, per effetto della risoluzione a favore della Curia vescovile della lunghissima vertenza giuridica insorta tra le due parti. Il MACRICO, che è il nome nuovo che aveva assunto successivamente Piazza d’Armi, dopo che dalle autorità militari venne  destinata a compiti prevalentemente di manutenzione, è tornato così nuovamente al centro del discorso dello sviluppo della Città con obiettivi e scopi ovviamente diversi da quelli del passato, dovendo l’area, una volta integrata finalmente nel territorio cittadino, servire soprattutto ad innalzare il basso livello di vivibilità, che, purtroppo, Caserta attualmente presenta.   

Saggio già pubblicato sul periodico “Osservatorio casertano” (settembre 2012)

                                                   

 

[1] Su questo periodo, cfr. O. Isernia, Dal sindaco elettivo al podestà. Tre anni di amministrazione straordinaria al Comune di Caserta (marzo 1924 – giugno 1927), in “Archivio Storico di Terra di Lavoro”, vol. XXI, anni 2003-2007, pp. 35-67.

[2] Piazza d’Armi era un’antica proprietà della mensa del vescovo di Caserta, che fu poi censita in enfiteusi dal ramo della Guerra del governo borbonico con l’obbligo del pagamento all’autorità religiosa di un canone annuo, che ammontava all’incirca a 6.000 lire italiane. In seguito all’unificazione, nel diritto e nel conseguente obbligo del pagamento del canone enfiteutico subentrò il Demanio dello Stato, con l’uso specifico di Piazza d’Armi in favore dell’Amministrazione militare

[3]Il sindaco di Caserta Tommaso Picazio al prefetto, 13 novembre 1922, in Archivio di Stato di Caserta (ASC), Prefettura, Gabinetto, busta 163, fascicolo non numerato. «[…] la Città tutta – faceva sapere il sindaco al prefetto – e per essa l’Amm.ne Comunale prega la S.V. Ill.ma di volersi rendere autorevole interprete presso i competenti organi centrali dello Stato, affinché tale fervido voto cittadino sia esaudito».

[4] Scriveva l’avvocato Picazio: «[…] l’unico piano regolatore concordemente ritenuto dai tecnici attuabile, è quello dell’ing. Vincenzo Memma, già fatto proprio da questa Amministrazione Comunale. Tale progetto prevede e presuppone la necessità di estendere le nuove costruzioni verso il lato orientale della Città dove trovasi attualmente Piaza d’Armi».

[5] E continuava: «In ogni caso l’Amm.ne lascerebbe intatto e conserverebbe come una delle migliori istituzioni cittadine, il campo sportivo, al quale le truppe di Fanteria hanno già dato completa sistemazione di arredamento».

[6] ASC, Pref. Gab., b. 163, fs. non numerato, corrispondenza in data 5 dicembre 1922.

[7] Nel fascicolo di sopra citato non è contenuta l’ulteriore risposta del Ministero della Guerra, ma solo la trasmissione al sindaco, da parte del prefetto Coffari, in data 13 dicembre, della citata risposta giuntagli il precedente giorno 5 dello stesso mese.

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mauro nemesio rossi

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