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Littoriali Fascisti

Dal periodico “Il Corso”

di Massimo Caprara

Massimo Caprara

Massimo Caprara

Ai pre-littoriali fascisti della cultura, selezione di Napoli e Caserta per le gare nazionali, fummo dichiarati vincitori ex-aequo per il Concorso di Critica letteraria, Fiorentino Sullo ed io, neo studenti universitari della facoltà di Lettere e Legge. Poco dopo, nell’aprile del 1940, fummo convocati nella sede del Guf, gruppi universitari fascisti di Largo Ferrandina a Chiaia, e dichiarati decaduti dalla vittoria raggiunta sul campo, ossia nel confronto con gli altri concorrenti. “Tu perché un antifascista cattolico” dissero a Sullo e “Tu perché sei un letterato sinistrorso”, dichiararono a me che m’occupavo, appena uscito da un liceo milanese e rientrato in famiglia, di letteratura francese ed avevo una corrispondenza con l’eccelso Paul Valéry, l’ermetico autore di “Une soirée avec Monsieur Teste”, di stampo cartesiano ed aristocratico e, perciò, contrario allo Strapaese bècero dominante nella letteratura dell’epoca.

Più tardi, essendo Sullo divenuto ministro democristiano in difficoltà nel suo partito ed io deputato comunista di confessione non proprio ortodossa, rievocammo quegli anni e convenimmo su un’osservazione. In Campania, dal capoluogo sino alle montagne e vallate di Avellino (luogo d’origine di Sullo), imperava una singolare forma di fascismo: rozzo ed ignorante, fazioso e sospettoso, ma nel quale agli intellettuali, specialmente giovani, era riservato; ruolo quasi autonomo che solo negli ultimi anni di pace prima del conflitto venne ostacolato e represso. Il fascismo fu insomma, un misto di violenza e lassismo, di paura della cultura e dei contatti del mondo, di chiusura retrograda ma anche di involontari spiragli verso le nuove correnti di pensiero europeo e, persino bolsceviche.

Non è un caso che l’unica edizione completa del “Capitale” di Carlo Marx nell’edizione originale dell”‘Avanti” socialista e dei volumi dell’editore Laterza, lo stampatore dell’eretico Benedetto Croce, contenenti gli scritti di Antonio Labriola sul marxismo e sul capitalismo, fossero disponibili presso la biblioteca aperta al pubblico del Guf di Napoli, al quale affluivano gli studenti di tutta la Regione. Vero è che i gerarchi, per lo più di provenienza alto borghese come noi, erano goffi imitatori del militarismo allora introdotto di provenienza prussiana (frustino da cavallerizzo, stivali da galoppo, divise attillate ed ineccepibili, monocolo all’occhio, graffio alle guance al posto della mensur, cicatrici vere dei duelli praticati coi baroni terrieri di Pomerania e del marchesato del Brandeburgo, in quel momento in divisa da ufficiali del-le SS). Ma il fondo rimaneva una congerie di velleitarismo e di autoritarismo da paese, persecutorio quanto inetto, comunque pericoloso.

Di aver timore del piccolo gruppo di studenti antifascisti essi, i gerarchi locali, avevano motivo ed occasioni continue guidati soprattutto da Galdo Galderisi, poco più anziano di noi, successivamente catturato assieme ai partigiani albanesi comunisti e fucilato nella sua divisa di ufficiale italiano passato agli insorti, ci impadronimmo del-la gestione e pubblicazione del quindicinale “IX Maggio”, che era l’organo giovanile fascista di Napoli. Temerari e spregiudicati (eravamo Luigi Compagnone, Renzo La Piccirella, Antonio Ghirelli, Dudù La Capria, Maurizio Barendson, Giorgio Napolitano ed io, arrivammo a compiere un’azione che, appena scoperta in alto, ci costò la privazione della libertà, e per me l’invio di un battaglione di Disciplina, una sorta di detenzione militare, quasi allo scadere della guerra.

Eravamo entrati in possesso, non so più come, né perché e da parte di chi, di un corposo documento anti-inglese sull’India e dei soprusi colonialisti che vi si compivano da parte delle truppe di Sua Maestà britannica. Ci parve una bomba, perché l’ispirazione era chiaramente di sinistra. Lo facemmo tradurre e le portammo alla redazione di “IX Maggio” nella quale sovrintendevano due persone garbate e amichevoli come Nicola Foschini, forbito avvocato eletto anch’egli per lo stemma di Stella e Corona della stessa circoscrizione. Trovarono eccellente il pezzo, senza però avere la possibilità di scorgervi, sulle prime, alcunché di irregolare anche perché era firmato regolarmente, ma surrettiziamente col nome (consenziente) di Riccardo Longone, marito di Luciana Viviani, anche lei eletta deputato comunista di Napoli e Caserta circa cinque anni dopo.

Fummo all’improvviso convocati da gerarchi appositamente arrivati da Roma e sottoposti ad un interrogatorio stringente: chi vi ha dato questo articolo? Chi lo ha tradotto? Perché ne avete proposto la pubblicazione? E infine, siete dei traditori, nemici e, come tali, avrete una punizione dura. Partirete subito per la guerra, vi ritiriamo l’esenzione di studenti universitari.

Qualche giorno dopo, arrivammo a Caserta, alle nuove casermette di Casagiove, al 38.mo reggimento fanteria, divisione Bologna, acquartierata ad Aversa. Non avevamo l’età per il servizio militare di leva e ci inclusero provvisoriamente in un plotone di allievi ufficiali per essere spediti al fronte; gli inglesi e gli americani stavano già risalendo la penisola fronteggiati dalla divisione tedesca di Hermann Goering,

Il nostro gruppo si organizzò e fece stampare dei volantini con la sola parola d’ordine, senza commento: “Pane, Pace, Libertà”. Fummo convinti d’osare il massimo del coraggio e dell’esaltazione. Il pacchetto più grosso qualche settimana dopo lo trovammo intatto sul tavolo del colonnello comandante. “Condivido i vostri sentimenti ma vi devo punire per decimazione. Tu, Caprara,” mi disse, “andrai ad un battaglione dove raccoglieremo gente speciale”, proseguì con un sorrisetto acre. “Si tratta di reclutati dal riformatorio, dal carcere minorile. Sono ladri, stupratori, al-tra roba del genere” incalzò con disprezzo. “Tu starai con loro per motivi politici. Dici di essere un comunista? Beh, avrai modo di conoscere la feccia”, concluse.

Questa “feccia” mi rubò (avevo il grado massimo da me raggiunto nell’Esercito italiano, di caporale), tutte le notti , gli scarponi e lo zaino mentre dormivo. Ma in quella “feccia” trovai il meglio della povertà inconsapevole e disarmata delle campagne del Casertano, dell’Agro di Carinola, di tutta Terra di Lavoro, scontenta della guerra, svenata dalla morte e dalla carestia, caparbiamente, irresolutamente contra-ria al fascismo, ai suoi riti, alla sua politica di guerra e di sopraffazione.

Seppi soltanto di recente cosa era successo a nostro carico dopo la pubblicazione dell’articolo sull’India nel quindicinale del Guf. Qualcuno a Roma s’era accorto che il testo era dell’Internazionale Comunista. Fu convocato a palazzo Venezia, il federale fascista di Napoli, Sansanelli, – che durante l’amministrazione Lauro, fu sindaco di Napoli per poche settimane -, raccontò ai suoi intimi il succo del colloquio. “Mussolini mi investì appena giunto nel salone dinnanzi alla sua scrivania;” “Io vedo tutto, leggo tutto”, proseguì il Duce. “Avete pubblicato un documento comunista, bolscevico; Vi siete fatti prendere per i fondelli. Siete destituito, andatevene a casa. Un gruppetto di comunistelli e di papalini vi ha preso in giro”, urlò Mussolini.

Il federale fascista uscì da palazzo Venezia con le lacrime agli occhi e fu sostituito. Quel “gruppetto di comunistelli e di papalini” eravamo noi.

Ultimo aggiornamento (Sabato 30 Luglio 2011 18:16)

mauro nemesio rossi

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