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L’effimera maggioranza “Milazziana” al Comune di Caserta

Via Margherita pretura

di Olindo Isernia

1.   All’indomani delle votazioni amministrative per le elezioni del Consiglio comunale di Caserta, che si svolsero il 27 maggio 1956 e segnarono la vittoria abbastanza netta della DC e dei partiti alleati del Centro (complessivamente 32 consiglieri eletti, di cui 15 democristiani, 10 liberali, 5 indipendenti della lista Gallo e 2 socialdemocratici), nessuno avrebbe potuto mai prevedere che la legislatura che andava ad iniziare non avrebbe seguito il suo corso fino in fondo, per giungere tranquillamente alla sua scadenza naturale, ma si sarebbe conclusa anticipatamente con la nomina del commissario prefettizio dopo meno di tre anni e dopo essere passata attraverso una prolungata paralisi amministrativa con “colpi di scena” finali, che collocò per un po’ di tempo Caserta al centro dell’osservatorio politico nazionale. Del resto, lo stesso esito delle trattative, che i partiti di centro avviarono subito dopo le elezioni, nel momento in cui riproponeva a livello amministrativo cittadino la stessa coalizione di partiti esistenti a livello di governo nazionale, anche se con presenza in giunta limitata soltanto a democristiani e liberali (tre assessori effettivi e uno supplente a testa e sindaco democristiano) e garantiva al nuovo esecutivo il sostegno di un’ampia e solida maggioranza, faceva presupporre come altamente probabili quattro anni di amministrazione serena e produttiva di risultati per la città.

In realtà, la nuova maggioranza rivelò ben presto l’esistenza di evidenti limiti di compattezza e di unità di intenti al suo interno, che, a ben considerare, avevano già avuto modo di manifestarsi, sia pure in forma ancora lieve e poco appariscente, addirittura nella seduta inaugurale del Consiglio (39 consiglieri presenti), al momento della votazione per l’elezione del sindaco. Al candidato designato, il generale Pasquale Salvatores, non andarono tutti i voti di cui disponeva la maggioranza, che avrebbe dovuto sostenerlo, ma soltanto venticinque, perché cinque furono fatti confluire sul nome dell’avvocato Antonio Ferrante e uno su quello del giovane universitario Domenico Rotili, mentre l’opposizione votava compatta scheda bianca (se ne contarono, infatti, in tutto, otto).

Ma a determinare in maniera decisiva l’anticipata conclusione della legislatura furono essenzialmente i contrasti e le lacerazioni, divenuti col trascorrere del tempo sempre più accentuati, che attraversarono l’intero gruppo consiliare della Democrazia Cristiana, che, ad un certo punto, anche in seguito al mutamento avvenuto nella topografia consiliare, fu posta nelle condizioni di reggere da sola, a partire dagli inizi del 1957, l’intera responsabilità dell’amministrazione della città, dopo che si giunse alla costituzione di una giunta monocolore, presieduta dal riconfermato sindaco Salvatores e formata da tutti assessori dc (Riccardelli Eugenio, Rotondaro Domenico, Melorio Mario, Rotili Domenico, Ferrante Antonio, Mazzacca Gaetano e i supplenti Rippa Giosué e Giaquinto Giovanni, quest’ultimo eletto originariamente nella lista del P.M.P.).

Simili divisioni, oltre che da motivazioni più squisitamente politiche, erano alimentate, in non lieve misura, come si apprende anche da una fonte particolarmente affidabile, da limiti individuali, quali la mancanza di un’energica guida dell’esecutivo e la ridotta competenza di non pochi assessori, e da cause di più basso profilo, quali i calcoli e le pressioni di parte o le insoddisfatte ambizioni personali, individuabili, queste ultime, soprattutto nell’aspirazione di qualche componente della giunta e del Consiglio di prendere il posto del sindaco in carica (Relazione di ottobre 1959 del direttore del “Centro Studi Sociali” della Diocesi di Caserta, sac. Luigi Salzillo). Si determinarono, in questo modo, inevitabilmente preoccupanti sfasature nel regolare svolgimento dell’attività amministrativa, che divennero a poco a poco sempre più acute e sfociarono alla fine nelle dimissioni del sindaco, a novembre, e della giunta, a dicembre 1958.

La lunga crisi a Palazzo Castropignano, resa difficile, come annotava l’anonimo cronista de “Il Mattino”, da troppi orientamenti contrapposti, aggravata dal “caso Riccardelli”, l’assessore già dimissionario, uscito di scena non senza clamore con la distribuzione in città della sua Lettera aperta ai 628 elettori e “avvelenata” da un esasperato “agganciamento” alla situazione politica “sul piano provinciale” (“Il Mattino”, 23 novembre 1958 e 11 gennaio 1959), sembrava finalmente “rientrare”, agli inizi del nuovo anno, e trovare una soluzione, dopo che la giunta, riunitasi il 5 gennaio 1959, aveva deliberato la convocazione del Consiglio comunale per venerdì 9 alle ore 18, con all’ordine del giorno l’elezione del sindaco e del nuovo esecutivo. Un accordo di massima era stato, infatti, raggiunto tra i componenti del gruppo consiliare democristiano, che, con la sola eccezione dell’avvocato Antonio Ferrante, aveva concordato sulla riconferma del sindaco Salvatores e sulla sostituzione di alcuni componenti della vecchia giunta (quali nuovi assessori circolavano i nomi dei consiglieri Altieri, Basile, Iacuzio, Tronco, Rossi e/o Luserta). Allo scopo, probabilmente, di assicurare un migliore coordinamento e una maggiore collegialità era stato eletto anche un direttivo, “presieduto dall’avv. Messore, capogruppo, con l’avv. Rotondaro, vice capogruppo e il rag. Ziccardi segretario” (“Il Mattino”, 3-4-7 e 9 gennaio 1959 e “Il Giornale d’Italia, 11 gennaio 1959).

 

2.   La seduta del Consiglio comunale del 9 gennaio, che avrebbe dovuto sancire il ricompattamento del gruppo consiliare democristiano e mettere la parola fine alla crisi, ebbe un esito imprevedibile e si concluse in un clamoroso fallimento. Che il gruppo dc non avesse ritrovato tutta intera la sua unità interna, come si voleva far credere, non era un mistero. Era nota la mancata adesione alla nuova giunta da parte dell’avvocato Ferrante e la stessa assenza alla seduta consiliare di ben quattro consiglieri di maggioranza (Basile, Marotta G., Rippa e Carafa) poteva leggersi come la conferma dell’esistenza di un malessere sotterraneo non ancora superato. Ma che al momento della votazione per eleggere il sindaco ci fosse chi giungesse ad astenersi o, addirittura, a votare, insieme con l’opposizione, il nominativo di un altro consigliere, anche lui dc, che non era il candidato ufficiale del gruppo e del partito, nessuno avrebbe potuto mai immaginarlo. Al termine della prima votazione si ebbe, infatti, il seguente risultato: Messore 14 voti, Salvatores 13 voti, Fusco 1 voto e cinque schede bianche. Secondo i calcoli attendibili del corrispondente de “Il Mattino”, considerato che i consiglieri presenti erano in numero di 33 (18 appartenenti alla maggioranza e 15 alla minoranza) e che “dei 15 dell’opposizione, i due comunisti si [erano] sicuramente astenuti, e gli altri [avevano] dato 12 voti a Messore e 1 probabilmente a Fusco”, nelle file democristiane c’erano stati cinque “franchi tiratori”, che avevano votato scheda bianca (tre) e Messore (due). A quel punto, non avendo nessuno dei candidati raggiunto la maggioranza assoluta dei voti richiesti (17 voti) si sarebbe dovuto procedere ad una seconda votazione e, in caso di ulteriore esito negativo, al ballottaggio. Era fin troppo evidente che in quella particolare situazione la scelta di continuare sarebbe stata per la Democrazia Cristiana un vero e proprio suicidio politico, per cui fu presa la decisione di sospendere i lavori.

Scongiurata per una manciata di voti la riproposizione anche a Caserta di un “caso Milazzo”, i consiglieri democristiani, chiamati ad una sorta di prova di appello, si ritrovarono nuovamente di fronte alla grave responsabilità di dare finalmente un governo alla città, sotto lo sguardo severo di un’opinione pubblica cittadina ormai spazientita e che, senza fare distinzione di correnti, di raggruppamenti e di altre divisioni più o meno sotterranee, era portata piuttosto a giudicare in blocco tutto il gruppo in termini non di certo lusinghieri (“Il Mattino”, 18 gennaio 1959). In un primo momento sembrò che l’accordo potesse essere raggiunto rapidamente, tanto che qualche organo di stampa, di solito ben informato, faceva trapelare l’indiscrezione che il Consiglio comunale “dovrebbe aver luogo alla fine di questa settimana” (“Il Mattino, 14 gennaio 1959), vale a dire a distanza di soli sette giorni dall’ultima convocazione. In realtà, continuavano perdurare le difficoltà e il Comitato cittadino si era visto costretto a nominare un commissario nella persona del professore Vincenzo Capone di Marcianise, con il compito di sbrogliare i fili dell’intricata situazione. L’assenza di un accordo “vero” – e le notizie che trapelavano, come quelle delle dimissioni “irrevocabili” da capogruppo dell’avvocato Messore, perché si riteneva “negli ultimi tempi esautorato dalle sue funzioni” (“Il Giornale d’Italia, 21 gennaio 1959 e, con qualche variazione, “Il Mattino”, 22 gennaio 1959) erano fin troppo indicative del clima tutt’altro che idilliaco che regnava nel gruppo – rendeva, ovviamente, improponibile la convocazione del Consiglio per il rischio concreto di riproporre un nuovo spettacolo di disgregazione e per evitare sorprese come quelle della seduta del 9 gennaio. Dal suo canto, però, l’opposizione mostrava di voler affrettare i tempi e rivolgeva al sindaco ufficiale richiesta di convocazione urgente del Consiglio, mentre, per la prima volta, sulla stampa, faceva la sua comparsa l’ipotesi della venuta di un commissario prefettizio al Comune di Caserta (“Il Mattino”, 22 gennaio 1959). Intanto, le 13 sezioni democristiane del capoluogo esprimevano all’unanimità “il proprio rincrescimento” per gli episodi di indisciplina, che si erano verificati nell’ultima riunione del Consiglio comunale, ed auspicavano “maggiore coesione” per il futuro. Era evidente il riferimento ai franchi tiratori, che, però, si guardarono bene dal venire allo scoperto, se si considera che nel corso di tutte le riunioni ufficiali che si erano tenute dopo il “pasticcio” del 9 gennaio, non si era mai levata nessuna voce di aperto dissenso e di disaccordo (“Il Mattino, 23 gennaio 1959). In ogni modo gli organi responsabili e qualificati del partito non imposero né suggerirono alcuna soluzione per porre fine alla crisi comunale di Caserta, ma lasciarono ancora una volta ai consiglieri comunali dc piena libertà di decisione su organigramma e programma, pretendendosi soltanto dal gruppo il rispetto degli impegni che nel gruppo stesso erano stati liberamente presi. Andava, però, da sé che una eventuale “soluzione Milazzo”, di cui ogni tanto si sentiva parlare, per il semplice fatto che si poneva al di fuori della linea del partito, non sarebbe stata tollerata ed era, perciò, destinata ad essere immediatamente sconfessata (“Il Mattino”, 23 e 25 gennaio 1959).

Il gruppo consiliare democristiano si presentava, dunque, alla riunione del Consiglio comunale, che era stata finalmente fissata per lunedì 26 gennaio, con un programma concordato e definito al proprio interno, che ricalcava per grandi linee quello che avrebbe dovuto ricevere il via libera già nella precedente seduta. Il giorno prima si era tenuta l’ultima riunione del gruppo e in quella sede l’avv. Messore aveva presentato un ordine del giorno per un impegno compatto di tutti i consiglieri a votare per la carica di sindaco il generale Salvatores, che, messo ai voti, a schede segrete, era stato approvato con 14 sì e 3 no, con l’assicurazione, però, da parte dei tre consiglieri dissidenti, che in Consiglio si sarebbero attenuti alle decisioni della maggioranza. Furono avvicinati anche gli altri cinque consiglieri assenti e da tutti, tranne che dal comm. Giuseppe Marotta, che aveva espresso il suo dissenso dalla formula concordata, erano state date le stesse assicurazioni (“Il Mattino”, 31 gennaio 1959). Presso l’opinione pubblica, tuttavia, continuavano a permanere forti dubbi sulla effettiva lealtà e tenuta del gruppo e la stessa stampa esplicitamente scriveva che “al di là della facciata ufficiale si sa che le divisioni esistono” (“Il Mattino”, 25 gennaio 1959).

3.   Quella del 26 gennaio fu una seduta “interminabile”. Convocata per eleggere esclusivamente il sindaco e gli otto componenti della giunta, ebbe inizio alle ore 18,30 e si prolungò fino a poco prima della mezzanotte, riservando, al termine di ciascuna votazione, tutta una serie di risultati a dir poco sorprendenti. A giudicare bene i fatti, fu essa in pratica a determinare, malgrado le ulteriori opportunità che, come vedremo, pure si presentarono, il fallimento definitivo dell’amministrazione democristiana a Palazzo Castropignano.

Già l’esito dello scrutinio al termine della prima votazione per l’elezione del sindaco aveva messo a nudo, se ce ne fosse stato bisogno, che l’unità del gruppo dc era solo di facciata ed era, con ogni probabilità, destinata ulteriormente a sfilacciarsi nel corso della seduta. Pur disponendo, infatti, i consiglieri democristiani della maggioranza dei voti (22 consiglieri su 38 presenti) dalle urne venne fuori uno sconcertante risultato di parità: lo stesso numero di voti, 19, riportarono sia il candidato ufficiale della DC, generale Pasquale Salvatores, sia l’altro consigliere, anche lui democristiano, avvocato Donato Messore. Era evidente che tre del gruppo (uno era senz’altro Marotta, che, come sappiamo, si era apertamente dissociato) ancora una volta avevano votato in difformità, facendo convergere il loro voto, insieme con quelli della minoranza, sul nome di Messore (“Il Mattino”, 28 gennaio 1959). Nel corso della sospensione dei lavori, lo stesso Messore provvide, comunque, dopo aver ringraziato, a rivolgere l’invito a quanti lo avevano votato ad indirizzare altrove i loro suffragi, mentre il gruppo di maggioranza si riuniva subito dopo per chiarirsi le idee su quanto stava avvenendo. Il generale Salvatores, dopo aver sollecitato i consiglieri ad esprimere apertamente il loro dissenso, ribadì la sua piena disponibilità a farsi da parte, anche al fine di evitare di essere esposto ad “altre brutte figure”, ma da tutti fu pregato di desistere da simile richiesta. Anzi, a quel punto, “uno alla volta” i consiglieri diedero la “parola d’onore” di votare secondo gli orientamenti concordati (“Il Mattino”, 31 gennaio 1959). Sennonché, quando di lì a poco si procedette alla seconda votazione, il numero dei franchi tiratori, senza curarsi minimamente della parola data, salì a quattro, oltre Marotta, e Salvatores con i suoi 17 voti si ritrovò superato dai 21 voti ottenuti da Messore. A quel punto, al generale non restò che esprimere, in pubblico Consiglio, tutta la sua amarezza per aver creduto nella parola d’onore dei colleghi (“Il Giornale d’Italia”, 28 gennaio 1959). Restava, comunque, il fatto politico nuovo di un sindaco democristiano eletto con i voti di una maggioranza variegata, formata da 7 liberali, 4 indipendenti, 2 comunisti, 1 socialdemocratico, 1 missino, 1 monarchico covelliano e 5 democristiani dissidenti (“Il Mattino, 28 gennaio 1959 e “Il Giornale d’Italia”, 28 gennaio 1959). Ciò che non era riuscito a diventare realtà nel precedente Consiglio comunale del 9 gennaio, vale a dire di far passare anche a Caserta una sorta di “combinazione Milazzo”, si avviava ora a trovare la sua piena realizzazione, una volta che si fosse proceduto anche alla elezione della giunta. I lavori furono allora sospesi una seconda volta e febbrili consultazioni seguirono tra i vari gruppi. Messore, infatti, sulle cui decisioni erano appuntati gli sguardi di tutti, sebbene invitato, non aveva voluto dimettersi, aveva anzi preteso, “la votazione di una giunta democristiana” ed era andato “a parlamentare in tal senso con l’opposizione” (“Il Mattino”, 31 gennaio 1959). Dalle consultazioni e dagli scambi di idee sarebbe alla fine, però, emersa una combinazione di giunta che assegnava cinque assessori alla Democrazia Cristiana (Basile, Giaquinto, Iacuzio, Tronco, Rossi) e tre ai gruppi di minoranza (De Caprio, De Stasio e Manzi) (“Il Giornale d’Italia, 28 gennaio 1959). La DC a quel punto prendeva la decisione di astenersi dalla votazione (votarono soltanto Messore e Rippa, mentre Carafa, Marotta e Piazza si erano assentati definitivamente dall’aula). Venne allora votata una giunta i cui assessori effettivi risultarono tutti consiglieri dell’(ex) opposizione (Cannata, Gionti, De Caprio, De Stasio, Manzi e Russo) e quelli supplenti tutti consiglieri democristiani (Rippa e Giaquinto) (“Il Mattino”, 28 gennaio 1959). Appena fu reso noto l’esito della votazione, il consigliere Giaquinto, diversamente da Rippa, rassegnò immediatamente le dimissioni.

4. La Democrazia Cristiana, all’indomani del totale capovolgimento dei rapporti di forza al Consiglio comunale, in seguito al quale il neo sindaco, come scriveva “Il Mattino”, aveva “realizzato una aspirazione, sul piano umano, fortemente sentita”, provvedeva tempestivamente, con decisione del collegio dei probiviri del Comitato provinciale, ad espellere dal partito sia Messore che Rippa, considerando, a questo punto l’ ”operazione Messore una partita chiusa” (“Il Mattino, 31 gennaio 1959). Al Partito non restava, come riepilogava più tardi il corrispondente da Caserta de “Il Mattino”, che assumere una posizione di vigile attesa, nel caso che la situazione avesse “subito una decantazione ed uno sviluppo per la stessa composizione della nuova maggioranza”, in quanto priva di una piattaforma di intesa ideologica e politica, e in considerazione degli stessi segnali di disagio che provenivano dal gruppo maggiore, quello del Partito Liberale, “cui la Direzione politica centrale aveva già rappresentato ed espresso qualcosa di più di una semplice perplessità” (“Il Mattino”, 4 febbraio 1959).

Frattanto il nuovo sindaco, nell’attesa che dalla Prefettura giungesse il decreto di convalida della sua elezione, non se ne restava inattivo. Il 28 gennaio invitava ad un incontro tutti i capigruppo consiliari, senza, però, ricevere riscontro proprio da quello democristiano, l’avvocato Rotondaro, che non si presentava; e, qualche giorno dopo, teneva una veloce conferenza stampa allo scopo, come dichiarò, di avere subito un primo contatto con i giornalisti locali nella prospettiva di una proficua collaborazione. Era evidente il suo intendimento, attraverso questi pochi atti da lui compiuti nella sua posizione di sindaco non ancora ufficialmente in carica, di cercare di coinvolgere in qualche modo nella nuova amministrazione la Democrazia Cristiana, ben consapevole del contributo che, in termini di rafforzamento della sua posizione, gli sarebbe venuto da una simile adesione. Del resto, questo sua punto di vista era largamente condiviso da tutti i gruppi consiliari che lo sostenevano, compreso quello liberale, sia pure con un pizzico di imbarazzo, i quali avevano fatto affiggere in città un manifesto che, nell’annunciare i propositi di “coesione” e di “armonia” dei consiglieri della nuova maggioranza, non mancavano di rinnovare l’invito alla Democrazia Cristiana a collaborare (“Il Mattino, 4 febbraio 1959).

Questo stesso concetto fu nuovamente ripreso con forza da Messore nel corso del suo incontro con la stampa, al quale parteciparono anche gli assessori De Caprio, Gionti e Russo, accompagnato, però, questa volta, anche da un preciso monito, che scaturiva dal rammarico per la mancata partecipazione del rappresentante democristiano alla già citata riunione dei capigruppo da lui convocata. Egli e i suoi amici della giunta, disse il neo sindaco, non chiudevano la porta in faccia a nessuno, consapevoli del fatto che, in seno al Consiglio, la DC costituiva una forza che non si poteva ignorare, ma nello stesso tempo, pretendevano di lavorare con serenità (“La DC se vuole collaborare può stare tranquilla che l’avv. Messore tiene sempre la porta aperta. Ma badi bene la DC! Non cerchi di fare colpi di testa! Lasci fare le cose democraticamente e lasci lavorare con serenità! La crisi è già durata troppo a lungo. Non per colpa mia …”).  E, parlando della sua scelta di campo, affermava di essersi deciso a compiere il ben noto passo esclusivamente nell’interesse della città e di continuare a sentirsi, malgrado il provvedimento di espulsione, contro il quale aveva fatto ricorso agli organi nazionali di Partito, ancora democristiano (“Sono stato combattuto tra l’amore per la mia città e la mia fede politica, che non si cambia in 48 ore”). Piuttosto, non era ormai più tempo di continuare a sprecare “lacrime sul latte versato”, ma occorreva, una volta compiuti gli adempimenti burocratici, mettersi attivamente al lavoro, in quanto vi erano sul tappeto molte scadenze e molti problemi da risolvere, che non consentivano ulteriori indugi (“Il Mattino”, 1 febbraio 1959 e “Il Giornale d’Italia”, 1 febbraio 1959).

 

5.   Simili buoni propositi erano comunque destinati a restare a livello puramente intenzionale, perché, di lì a poco, divenne ufficiale la notizia che, con apposito decreto, in data 1 febbraio, l’autorità prefettizia aveva provveduto ad annullare la seduta del Consiglio comunale del 26 gennaio per violazione di alcune norme contenute nel T.U. della legge comunale e provinciale. Gli addebiti riguardavano, in particolare, la mancata integrazione del Consiglio comunale in seguito alle dimissioni del consigliere Riccardelli, sebbene sindaco e giunta fossero stati invitati a provvedere prima ancora delle loro dimissioni con nota prefettizia del 1 dicembre; e il fatto che la presidenza dell’assemblea fosse stata assunta dal consigliere anziano, (aveva, infatti, presieduto il consigliere Domenico Rotili) e non dall’assessore anziano (“Il Mattino”, 3 febbraio 1959 e “Il Giornale d’Italia”, 4 febbraio 1959). Sulla decisione presa dal prefetto la stampa moderata e conservatrice, che era quella prevalentemente letta e che orientava maggiormente l’opinione pubblica in città, formulò giudizi sostanzialmente favorevoli. Per “Il Mattino” la “violazione delle norme procedurali che [avevano] provocato lo annullamento delle deliberazioni, [poteva] essere […] considerata – al di là di ogni valutazione di parte – provvidenziale per gli interessi della città”, perché, malgrado ogni dichiarazione di buona volontà del raggruppamento degli esponenti di giunta, “non sarebbe mai potuto scaturire una amministrazione attiva e dinamica” (“Il Mattino”, 3 febbraio 1959), considerata la composizione “ibrida” della giunta stessa (“Il Mattino, 4 febbraio 1959). Di tono non diverso il commento de “Il Giornale d’Italia”, per il quale “l’elezione dell’avv. Messore e della giunta pluripartitica […] si andava rivelando sempre più una soluzione solo apparente della crisi stessa soprattutto per la mancanza di una concreta possibilità di intesa tra i gruppi politici di diverse e opposte tendenze”, per cui il provvedimento di annullamento del prefetto apriva “la via per una soluzione più consistente della crisi a Palazzo Castropignano” (“Il Giornale d’Italia”, 4 febbraio 1959). Sul fronte dell’ex minoranza furono i comunisti a mostrarsi particolarmente attivi nella difesa di quanto era stato sancito dal libero voto dei consiglieri con tutta una serie di iniziative: organizzarono tempestivamente, agli inizi di febbraio, un comizio a Caserta tenuto dall’on. Napolitano ed dal capogruppo al Comune, Dario Russo, che, in sede di Consiglio comunale, espresse poi anche tutto il suo disappunto riguardo al decreto prefettizio di scioglimento, definendolo senza esitazione “un arbitrio”; presentarono interpellanze alla Camera, costituirono una commissione di parlamentari, perché si recasse in Prefettura ad elevare vibrata protesta per la mancata risoluzione, a distanza di circa un mese, della crisi comunale; si rivolsero fino all’ultimo alla cittadinanza, facendo affiggere, alla vigilia del decisivo Consiglio comunale, per le cantonate della città un manifesto in cui si invitava l’opinione pubblica a levarsi in difesa del civico consesso (“Il Mattino”, 6, 13, e 25 febbraio 1959, “Il Giornale d’Italia, 14 e 25 febbraio 1959).

 

6.   Le trattative tra i partiti ripresero subito dopo l’avvenuto scioglimento del Consiglio. Il segretario provinciale dc Solimene incontrò, in pochi giorni, più volte sia il segretario provinciale del PLI Pepe, che il capogruppo liberale, ing. Marco Antonio Fusco. Dai colloqui emerse che esistevano notevoli difficoltà sulla strada di un accordo fra i due maggiori partiti per la formazione di una maggioranza DC-PLI al Comune di Caserta, che pure appariva al momento lo sbocco più naturale della crisi. L’ostacolo maggiore era rappresentato dal “caso Messore”, per la pregiudiziale posta dal gruppo liberale, ma condivisa anche da tutti gli altri gruppi alleati, di non volersi sottrarre all’impegno preso con l’ex capogruppo democristiano dopo il voto in Consiglio comunale del 26 gennaio, a meno di un esplicito passo indietro da parte dell’interessato. La DC si ritrovò, in questo modo, dinanzi ad un inatteso fronte unitario di tutti i gruppi della cosiddetta ex minoranza, che, contrariamente a quanto si era auspicato, implicava un inevitabile allungamento dei tempi di risoluzione della crisi. Alle difficoltà che la Democrazia Cristiana incontrava nelle trattative con gli altri partiti, si aggiungevano quelle interne, determinate dalle incertezze sulla consistenza e sulla tenuta del suo gruppo consiliare. Dopo l’espulsione di Messore e Rippa e le dimissioni del comm. Marotta, presentate al capogruppo e al segretario di sezione della DC (“Il Giornale d’Italia”, 5 febbraio 1959), anche includendo nel conto Ferdinando Bologna, prossimo a subentrare all’altro consigliere dimissionario Riccardelli, il partito democristiano poteva fare affidamento sulla carta su un gruppo consiliare che, probabilmente, non era più maggioranza, contando soltanto 19 o, al massimo, 20 consiglieri. Il rischio, poi, della ricomparsa non improbabile dei franchi tiratori consigliava i responsabili di partito di procedere ancor più con la massima cautela. La giunta, che ancora in carica per l’ordinaria amministrazione, fissava, perciò, per il 12 febbraio la convocazione del Consiglio comunale con all’ordine del giorno la sola surroga di Riccardelli con Bologna. Si trattava chiaramente di una seduta interlocutoria, che consentì, comunque, l’integrazione del Consiglio e diede anche modo di prendere atto visivamente della nuova topografia comunale, allorché Messore, Rippa e Marotta andarono a prendere “posto nei banchi della maggiorana-minoranza” (“Il Giornale d’Italia”, 14 febbraio 1959). Inoltre, in quella stessa sede, allo scopo evidente di stringere i tempi, l’ing. Fusco presentò formale richiesta di convocazione urgente del Consiglio, obbligando la giunta a convocare, in tempi brevi, una volta decorsi i termini previsti dalla legge (10 giorni), il civico consesso (Ivi).

Le trattative continuarono, tuttavia, a trascinarsi stancamente (ci furono, a quanto pare, incontri tra i democristiani Rotondaro ed Altieri e i rappresentanti degli altri gruppi Giunti, Giordano e De Caprio), senza che in alcun modo si riuscisse ad intravedere il benché minimo spiraglio risolutivo. A circa un mese di distanza dallo scioglimento del Consiglio comunale, si poteva a ragione affermare che tutto si trovava ancora in alto mare. In verità, dal “fronte” multipartitico era stata avanzata una precisa ipotesi di accordo, che prevedeva l’attribuzione della carica di sindaco alla Democrazia Cristiana, una giunta formata da tre assessori dc e 5 assessori degli altri gruppi, la rappresentanza paritetica nelle commissioni e delegazioni e la presidenza dell’ECA da assegnare all’ex opposizione. Tali richieste erano state, però, respinte dal Partito democristiano, perché furono ritenute eccessive e perché lo confinavano in una posizione di netta minoranza. A quel punto era seguito un irrigidimento delle reciproche posizioni e le trattative, in pratica, erano rimaste sospese (“Il Mattino”, 22 e 24 febbraio 1959 e “Il Giornale d’Italia”, 21 febbraio 1959). Quanto, poi, al gruppo consiliare democristiano, esso aveva significativamente continuato a dare ulteriori segnali di divisione e di scollamento in occasione dell’ultima riunione convocata “per procedere alla selezione “indicativa” del nominativo sul quale eventualmente puntare per la carica di sindaco” (“Il Giornale d’Italia”, 24 febbraio 1959). Secondo le indiscrezioni pubblicate dal quotidiano, comparse già in parte su “Il Mattino” (22 febbraio 1959), non si riuscì, infatti, a raggiungere una benché minima base di accordo e il risultato dello scrutinio segreto confermò come da parte di molti consiglieri si fosse deciso di continuare nell’equivoco: il dr. Melorio, il cui nome fin dalle prime fasi delle trattative circolava come probabile candidato a sindaco (“Il Giornale d’Italia”, 4 febbraio 1959), riportò, infatti, soltanto “una lievissima maggioranza di voti nei confronti dell’avv. Ferrante”.

Ci si avviò, in questo modo, rapidamente verso la conclusione della crisi con la decisione dei 19 consiglieri democristiani (Altieri Edgardo, Basile Iolanda, Bologna Ferdinando, Esposito Ciro, Ferrante Antonio, Giaquinto Giovanni, Iacuzio Giacomo, Luserta Giuseppantonio, Marotta Pasquale, Mazzacca Gaetano, Melorio Mario, Petrillo Vitaliano, Piazza Mario, Rossi Francesco, Rotili Domenico, Rotondaro Domenico, Salvatores Pasquale, Tronco Mario, Ziccardi Giuseppe) di rassegnare le dimissioni, alle quali si aggiunsero anche quelle del consigliere indipendente De Caprio, che, in una lettera al capo del gruppo più numeroso dell’ex opposizione, ing. Marco Antonio Fusco, annunciava la sua volontà di dimettersi da consigliere comunale “per non assumere responsabilità di sorta per soluzioni che non sono di mio gradimento” (“Il Mattino”, 25 febbraio 1959), dopo aver espresso riserve sulle iniziative poste in atto fino ad allora dal Partito comunista ed esposto il suo punto di vista sul modo di risolvere la crisi (una soluzione che, secondo lui, doveva contemperare le due esigenze di non ignorare la forza e l’importanza del gruppo democristiano e di non trascurare, nel contempo, il “caso Messore”).

 

7.   La seduta di Consiglio comunale del 26 febbraio, convocata per prendere atto delle dimissioni della metà dei consiglieri, rappresentò, in pratica, l’atto conclusivo della crisi. Il clima in aula, prima ancora che incominciassero i lavori, non era dei più distesi. Un’efficace descrizione ci viene fornita in proposito da “Il Giornale d’Italia” del 28 febbraio 1959, che scriveva: “Una atmosfera di tensione aleggiava già prima dell’inizio della riunione nella sala rossa; i gruppi del “fronte” erano già tutti presenti al completo di ogni membro; i banchi democristiani vuoti. Non si conosceva l’atteggiamento che lo stesso gruppo avrebbe assunto. Finalmente alla spicciolata sono giunti anche i democristiani, i 19 consiglieri, i quali, come è noto, hanno presentato le dimissioni dalla carica così come il consigliere indipendente De Caprio. Gran completo dunque, una delle poche riunioni in cui erano presenti tutti i 40 consiglieri”. Iniziò, allora, “un sottile duello fra il fronte dell’opposizione ed il gruppo dc; il primo volto a bloccare le dimissioni e a ristabilire un filo di colloquio; il secondo fermo nel proprio atteggiamento” (“Il Mattino, 27 febbraio1959).

A questo scopo l’ing. Fusco aveva consegnato, sembra soltanto pochi minuti prima dell’inizio della seduta, al capogruppo dc una lettera, pubblicata poi integralmente da “Il Giornale d’Italia” del 1 marzo che, come ribadirono nei loro interventi i numerosi consiglieri del “fronte”, conteneva “un’ultima proposta per sbloccare la situazione” (“Il Giornale d’Italia, 28 febbraio 1959). Di fronte alla scelta di Rotondaro di lasciar cadere subito l’iniziativa e di far riferimento alla lettera soltanto su sollecitazione di Cappiello (lamentò, tra l’altro, il modo scorretto di rivolgersi alla Democrazia Cristiana), i consiglieri Fusco, Cosentino, Russo, Gionti, Cannata, Ianniello e lo stesso Cappiello sottolinearono gli ostacoli insormontabili che, a loro giudizio, dalla stessa DC erano stati costantemente posti nelle trattative “con pregiudiziali inaccettabili” (“Il Mattino”, 27 febbraio 1959). In particolare il capogruppo del PLI, ing. Marcantonio Fusco, contestò che ci fossero mai state delle “trattative ufficiali”, in quanto, disse, dalla DC erano pervenute per lo più “richieste di appoggi […] tendenti a scardinare la compattezza del gruppo di opposizione”; ed il comunista Dario Russo definì “un autentico ricatto quelle delle dimissioni in blocco” (“il Giornale d’Italia”, 28 febbraio 1959). Dall’altra parte venne la replica prima di Rotondaro, che puntualizzò che il suo Partito aveva fin dall’inizio chiesto un accordo su basi possibili, “senza […] dover subire umiliazioni o imposizioni”, e poi di Rotili, che volle chiarire un punto, che, probabilmente, dovette pesare anch’esso non poco nel rendere difficili le trattative. “Noi siamo disposti”, disse Rotili, “ad ogni colloquio con qualsiasi gruppo ma non col partito comunista. In questo non possiamo transigere. E’ una pregiudiziale che rispecchia una linea politica di partito. Non è possibile tacere e sottovalutare questo fatto, prima di parlare di responsabilità di questo o di quel gruppo consiliare” (“Il Giornale d’Italia, 28 febbraio 1959 e “Il Mattino”, 27 febbraio 1959).

La seduta continuò a restare “vivacissima” anche allorché la discussione si spostò sul sistema di votazione da adottare, vale a dire, se era opportuno procedere a votazioni distinte per ogni singolo consigliere dimissionario oppure limitarsi ad un’unica votazione in blocco. Alla decisione del sindaco di votare tutte le dimissioni in blocco, il pubblico presente cominciò a rumoreggiare, costringendo il gen. Salvatores “scattato in piedi”, ad ordinare lo sgombero dell’aula, che fu eseguito non senza qualche resistenza. Quando, poi, il trambusto si trasferì anche in aula tra i consiglieri Altieri e Messore, la seduta fu temporaneamente sospesa. Alla ripresa dei lavori si diede finalmente inizio alle votazioni, che, ancora una volta, come nelle sedute precedenti, davano un risultato a sorpresa. Le dimissioni venivano respinte con 20 voti contrari, 19 a favore ed una scheda bianca. Era evidente che uno dei consiglieri dimissionari, per non smentire ancora una volta il contraddittorio comportamento che da troppi mesi caratterizzava il gruppo democristiano, aveva votato scheda bianca (Ivi).

Era stato questo l’estremo tentativo per tenere in vita una situazione politico-amministrativa che faceva acqua da tutte le parti e che stava diventando una vera palla al piede alla crescita e allo sviluppo della città. La votazione non ebbe, comunque, gli effetti sperati, perché i 20 consiglieri non esitarono a ribadire le loro dimissioni alla Giunta Provinciale Amministrativa.

A questo punto al prefetto non restava che sciogliere il Consiglio e procedere alla nomina di un commissario prefettizio. La scelta cadde sul dott. Livio De Marinis, che giunse a Caserta da Firenze, dove, presso quella Prefettura, svolgeva la funzione di vice prefetto ispettore, nella tarda serata di giovedì 5 marzo (“Il Giornale d’Italia”, 7 marzo 1959). Una delle sue prime dichiarazioni fu quella di voler fare di Caserta “una città più bella” (“Il Giornale d’Italia”, 12 marzo 1959

mauro nemesio rossi

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