Crea sito

Le ultime speranze per salvare la coltivazione della canapa in Terra di Lavoro

 VI SONO VASTE POSSIBILITA PER LA RIPRESA DELLA CANAPA

di Federico Scialla 

image_2_20

In una precedente nota sull’attuale problema della crisi canapicola ci siamo occupati delle cause che hanno condotto al declino della coltivazione della canapa, specie nella regione campana (onerosità dei costi; concorrenza delle fibre sintetiche; concorrenza della stessa canapa prodotta in altri Paesi a prezzi più convenienti o sostenuta da una politica di dumping, come in Jugoslavia, eccetera).

Richiamiamo oggi l’attenzione dei vari ambienti interessati sulle reali e valide possibilità che esistono perché la coltivazione della canapa possa essere ripresa nelle pianure di Napoli e Caserta; nei posti cioè ove gli agricoltori ancora si sentono legati alla  coltura che per decenni ha costituito la punta avanzata dell l’economia agricola.
Ci riferiamo semplicemente a quelle aree che mediamente sono state adibite alla coltivazione della canapa negli ultimi dieci anni e che costituiscono un complesso di 8-10 mila ettari ricadenti per 1’80 per cento in provincia di Caserta e per il 20 per cento in quella di Napoli.
Negli ultimi tempi la canapicoltura ha vissuto fasi alterne di riduzione e di ripresa nello svolgimento delle quali si è verificato il repentino trapasso dal regime vincolistico, legato alle norme legislative sull’ammasso obbligatorio, a quello liberistico conseguente alla decadenza di tali norme disposte con sentenza della Corte Costituzionale.
È da tener presente che, malgrado la sfavorevole congiuntura e il rapido declino colturale, la canapa è ancora largamente usata in campo mondiale (si calcola che il consumo annuo è di circa 2 milioni e 500 mila quintali) e, per quanto riguarda l’Italia, il consumo non è affatto diminuito tanto è vero che l’industria tessile nazionale ne importa forti quantitativi dall’estero, dimostrando così di preferire il prodotto estero a quello nazionale (che quasi interamente è prodotto in Campania).
La conseguenza più immediata di questo fenomeno è stata il congelamento di grossi quantitativi di fibra grezza nei depositi dei canapicoltori e nei magazzini del Consorzio Canapa.

Cose in chiaro

Si va facendo strada, inoltre, e prende purtroppo consistenza, il convincimento che ormai la coltivazione della canapa in Italia ha fatto il suo tempo e che, pertanto, non esiste più un suo problema data la possibilità e la convenienza di approvvigiona-mento offerte dai mercati esteri.
Il fatto grave è che di tale opinione sono anche alcune qualificate personalità del mondo agricolo le quali come vedremo, mostrano così di non conoscere nel dettaglio il problema della canapa.
A questo punto, quindi, è bene mettere le cose in chiaro ad evitare proprio il facile e superficiale accreditamento di certe tesi che vorrebbero imporre la celebrazione di un assurdo …  “funerale “.
In primo luogo è da tener presente che la preferenza per l’importazione della canapa dall’estero, perché più a buon mercato, costituisce un concetto secondo il quale si nega all’Italia, e segnatamente ad una delle sue Regioni del Sud, la possibilità d’impostare una politica canapicola a livello internazionale ac-canto a quella già in pieno sviluppo riguardante i prodotti zootecnici, caseari, oleari, ortofrutticoli, bieticoli, eccetera.
Vi è poi da tener presente che una volta abbandonata e scomparsa per sempre la coltivazione della canapa, questa dovrà essere importata per il totale delle esigenze nazionali ed allora il mercato estero potrà pretendere il prezzo che più farà comodo.
Stabilito ciò, rimane solo da vedere come far risultare economica la coltivazione della canapa. Ma questo è un problema la cui soluzione è tutta racchiusa nella ricerca e nell’attuazione dei mezzi più idonei a renderla competitiva sui mercati. Si tratta, cioè, di rinnovare il sistema di produzione. Ma perché ciò avvenga — diciamolo — mancano la buona volontà e gli strumenti di legge adeguati.
Mentre la canapa muore, un coro di invocazioni si leva da ogni parte — e la stampa ne ha diffuso l’eco — auspicando la salvezza di questo settore produttivo per il quale si profilano anche prospettive di impiego del tutto nuove. Infatti, accanto ai ben noti impieghi come fibra tessile, si delineano ora per la canapa nuove prospettive nel campo della fabbricazione della carta.
L’aumento dei consumi nei settori dell’editoria, cartoleria, imballaggio ed in quelli delle carte pregiate per sigarette, carte valori eccetera, ha creato seri problemi alla nostra industria nazionale per l’approvvigionamento della materia prima che deve importare nella misura del 90 per cento del proprio fabbisogno. L’industria, pertanto, si è vista costretta a considerare l’opportunità di ridurre il volume delle importazioni e di studiare, con-temporaneamente, la convenienza di utilizzare la canapa verde nei propri cicli di lavorazione in analogia a quanto già sperimentato in altri Paesi (America, Francia, Jugoslavia).
La risoluzione di questi ed altri problemi ha formato oggetto di studi promossi dall’industria cartaria ed i risultati, confortati da una rigorosa sperimentazione sono stati riportati in una pubblicazione dell’ing. R. Kollar, a cura della Sezione Italiana della T.A.P.P.I. (Technical Association of the Pulp and Paper Industry).

Nuove varietà

Gli esperimenti dell’ing. Kollar, condotti in collaborazione col prof. Ettore Mancini, direttore dell’Istituto di Agronomia e Coltivazioni Erbacee della Facoltà di Agraria di Bologna, hanno puntato essenzialmente sull’impiego delle nuove varietà di canapa ad elevata resa in fibra, costituite dal Consorzio Canapa, e sulla meccanizzazione spinta della coltivazione. Nello studio è previsto anche l’impiego di una macchina falcia-stigliatrice, appositamente progettata, per ridurre ancor più le spese di raccolta. È presumibile che nel passaggio dalla fase sperimentale a quella di coltivazione su larga scala, si conseguiranno ulteriori vantaggi dovuti al miglioramento delle tecniche e al perfeziona-mento delle macchine per cui è lecito attendersi una sicura affermazione in questo settore.
La conoscenza dei risultati positivi di questi studi e le prospettive di sviluppo future, hanno vivamente attratto l’interesse degli ambienti agricoli, soprattutto emiliani, che hanno preso in seria considerazione l’opportunità del reinserimento della canapa negli avvicendamenti colturali.
Ed infatti, per iniziativa delle organizzazioni agricole e della Camera di Commercio della provincia di Ferrara, è stato intra-preso un interessante e coraggioso esperimento di reinvestimento colturale in alcune zone dove la canapa è stata riproposta negli avvicendamenti, specialmente in sostituzione della barbabietola.
Analoghi esperimenti sono stati effettuati anche in altre pro-vince emiliane in cui si avvertono sintomi di crisi in diversi settori produttivi.
Queste più che lodevoli iniziative che si vanno sperimentando al Nord sono degne della massima considerazione ma, soprattutto, debbono indurre a non perdere di vista la situazione canapicola nel Mezzogiorno dove, al momento, solo la tenacia e lo spirito di sacrificio degli agricoltori hanno impedito la definitiva scomparsa della canapa dai nostri campi. È dunque chiaro che al Nord il rilancio della coltivazione della canapa è prevalente-mente legato all’impiego degli stigliati verdi nella fabbricazione della carta (e in parte anche per usi tessili) e si rivolge, quindi, verso queste nuove forme di utilizzazione; al Sud, invece, pur non trascurando gli stessi obiettivi, la difesa della coltivazione punta essenzialmente sulla tradizionale produzione degli stigliati macerati e, pertanto, ogni sforzo deve tendere, come già abbiamo detto, a rendere economica la coltivazione limitando il ciclo agri-colo alla produzione della bacchetta verde e trasferendo in opportuno ambiente industrializzato le operazioni di macerazione e di stigliatura.

« Roma », 25 giugno 1967 (quotidiano)

mauro nemesio rossi

Subscribe to our e-mail newsletter to receive updates.