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Le Industrie ed il lavoro alla soppressione della provincia di Terra di Lavoro

   Olindo Iserinia 

 

san-leucio-macchina-per-la-setaSubito dopo la soppressione della provincia di Terra di Lavoro, decisa dal Governo fascista il 2 gennaio 1927, in attesa che la nuova organizzazione amministrativa di quel territorio, scaturita dal provvedimento, fosse in grado effettivamente di funzionare, continuarono ad affluire presso la Questura di Caserta[1], non ancora ridotta, a quanto risulta, al rango di vice Questura, rapporti e relazioni, che gli enti pubblici periferici, le delegazioni di P. S. e le diverse compagnie dell’Arma dei Carabinieri, già rientranti nell’ambito territoriale della disciolta provincia, si affrettarono a trasmettere in risposta alle richieste provenienti dai Ministeri centrali.

Fu questo il caso delle sollecitazioni rivolte, nel corso del mese di gennaio, ai prefetti del Regno, dapprima dal Ministero delle Corporazioni, e, dopo poco, da quello dell’Interno, perché provvedessero alla raccolta di tutte le informazioni necessarie «in rapporto alla disoccupazione operaia» esistente nelle rispettive province[2].

Entrando nel particolari delle richieste, il Ministero delle Corporazioni chiedeva di conoscere se, nel territorio di loro competenza, fosse previsto «qualche fenomeno di arresto della produzione», che comportasse riduzione di orario, «in limitata o sensibile misura», e misure di licenziamenti di operai, temporanei o permanenti. Avanzava, altresì, richiesta di conoscere se fosse possibile scongiurarli, associando eventualmente i turni tra gli operai; e se nella zona sussistesse la possibilità per coloro che sarebbero rimasti senza occupazione, di essere assorbiti «sia pure parzialmente da lavori agricoli o opere pubbliche già approvate». Si domandava anche una valutazione su come una simile evenienza potesse «essere accolta o sopportata da masse operaie» e, alla fine, si raccomandava vivamente che l’indagine fosse condotta con la maggior cautela possibile, per evitare di produrre allarme tra industriali, lavoratori e «in ambiente finanziario».

Da parte sua, anche il Ministero dell’Interno, allo scopo di procurarsi le necessarie informazioni sulla medesima delicata questione per più specifiche e prevalenti finalità di tutela dell’ordine pubblico[3], chiedeva di essere aggiornato, «con la massima urgenza» ed esattezza, su «quanti licenziamenti abbiano avuto luogo dal 1° dicembre»; sull’ammontare complessivo degli operai attualmente impiegati; sul «numero dei licenziamenti preannunziati, probabili»; sulle possibilità di reimpiego di «questa mano d’opera disoccupata, che traggono dal lavoro industriale unico cespite di sostentamento; su quanti di essi provenivano da famiglie di agricoltori e di mezzadri» e sulle motivazioni specifiche dei licenziamenti, vale a dire se erano dettati da «giustificate esigenze» oppure da «semplici motivi egoistici del datore di lavoro». Allo scopo evidente di contenere quanto più possibile il numero di quanti restavano disoccupati, si faceva, infine, presente che ad essere colpiti dal provvedimento di licenziamento dovevano essere «preferibilmente lavoratori provenienti dalla agricoltura, che abbiano possibilità di reimpiego».

Il dato complessivo della disoccupazione operaia nella soppressa provincia di Terra di Lavoro risultò al termine dei rilevamenti, di entità alquanto modesta. La scarsa sua incidenza, in termini assoluti, era però dovuta chiaramente, pur in presenza di evidenti sintomi di crisi proprio in quei pochi settori produttivi di maggiore importanza, all’esiguo numero di opifici funzionanti sul suo territorio e, perciò, al un numero ridotto di addetti nell’industria, per essere l’economia dell’intera zona ancora ad indirizzo eminentemente agricolo. La scarna presenza operaia era, per lo più, nel Casertano, concentrata per cifre di una certa consistenza, nel settore manifatturiero del cotone, della carta, in quello del vetro e nell’importante fabbrica capuana di armamenti per le esigenze militari; per il resto, era distribuita in maniera più o meno frammentata sul territorio, nel settore alimentare (industrie conserviere, mulini e pastifici soprattutto), nei calzaturifici, nelle concerie e nelle cave. Nelle poche fabbriche di laterizi, di potassa e di lavorazione del tabacco la concentrazione operaia oscillava, infine, tra poco più di cento e duecento unità.

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   A questo punto, utilizzando le informazioni trasmesse al questore di Caserta, conviene provare a delineare un quadro quanto più è possibile particolareggiato della condizione industriale in cui si trovava la provincia al momento della sua soppressione, con l’avvertenza, però, che non per tutte le zone si dispone di dati e notizie complete e dettagliate e che per l’ex capoluogo Caserta mancano del tutto[4].

Un numero abbastanza diffuso di industrie di dimensioni piccole e medie operavano in quello che fino a poco tempo prima era il Circondario di Gaeta. In questa città l’unico stabilimento di una certa importanza era la “Vetreria Federata”, che soltanto da poco, il 27 dicembre, aveva ripreso a funzionare, dopo che per un lungo periodo era stata costretta a rimanere chiusa per i mancati rifornimenti di carbone dall’Inghilterra, «in conseguenza degli scioperi dei minatori». I circa 300 operai, tra uomini e donne, avevano così potuto riprendere il lavoro e per essi, al momento, non sussisteva alcun rischio di licenziamento, non prevedendosi, in un prossimo futuro, nessuna interruzione o rallentamento del ciclo produttivo[5]. Un’altra importante industria, che dava lavoro a 204 operai, era “Società Italiana Potassa”, che aveva sede a Sessa Aurunca e sfruttava la miniera ubicata nello stesso Comune, in località Fontanaradina. A San Giovanni Incarico era,invece, attiva una miniera, di petrolio e minerali lubrificanti, che offriva occupazione ad 80 lavoratori. Una contrazione dell’occupazione si era verificata nella fabbrica di laterizi della “Ditta Capolino”, nella frazione Scauri del Comune di Minturno. Qui, a partire dal 1° dicembre si era proceduto al licenziamento di 40 operai, che, appartenendo, però, tutti a famiglie di agricoltori, avevano la possibilità di «occuparsi nei lavori campestri». In ogni modo, lo Stabilimento manteneva alle sue dipendenze ancora un buon numero di lavoratori (170). Impegnate nella trasformazione dei prodotti agricoli erano, infine, l’impianto, con sede ad Esperia, adibito alla trasformazione del tabacco, in cui lavoravano 150 addetti; e la piccola industria di conserve alimentari, a Fondi, che impiegava nella lavorazione 30 operai[6]. Nel Comune di Formia, infine, dal mese di ottobre erano rimasti senza lavoro 15 operai del Mulino e Pastificio “La Turbina”, i quali, però, per scelta loro, avevano rifiutato di accettare il lavoro, che era stato loro offerto «presso la costruenda direttissima Napoli-Roma». Si dava, comunque, per certo che, entro il mese, si sarebbe proceduto alla ricostituzione della predetta Società e quasi tutti coloro che erano stati licenziati sarebbero stati riassunti in servizio[7].  

   Nei Comuni vicino Caserta e nel Maddalonese fino a Santa Maria a Vico, la mano d’opera si concentrava prevalentemente in quattro calzaturifici, che davano occupazione a 106 operai; in otto mulini e pastifici, che impiegavano 497 addetti[8] e nelle numerose cave di pietre (venti in tutto) e di tufo (diciannove), in cui lavoravano rispettivamente 406 e 106 operai[9]. Dal punto di vista occupazionale, difficoltà esistevano alla “Mirca” di Maddaloni, una piccola fabbrica di conserve ed alimentari in iscatola, nel “Mulino e Pastificio Pepe” di Casagiove ed in quello di San Nicola la Strada, dove diversi dipendenti avevano perso il loro posto di lavoro. Si trattava, in ogni modo, di licenziamenti «momentanei». Nel caso della “Mirca”, che era una fabbrica a carattere stagionale, essa al momento, risultava addirittura chiusa ed i suoi 15 operai tutti licenziati, essendosi esaurito il ciclo lavorativo, che, però, «come di consueto», sarebbe stato ripreso con l’inizio della prossima primavera. Quanto ai mulini e pastifici, nel Mulino di Luigi Palomba in San Nicola la Strada erano soltanto 3 i lavoratori che, a partire dal 1° dicembre 1926, avevano perso il posto, diversamente da quanto era accaduto nello stabilimento “Pepe”, dove  ammontavano a 50 gli oprai, che, a partire dallo scorso dicembre, erano stati colpiti da licenziamento e, perdurando le difficoltà di approvvigionamento, si prevedeva che, nel breve periodo, si sarebbe proceduto ad altri 70 licenziamenti. In entrambi i casi, infatti, i licenziamenti erano stati determinati dal mancato rifornimento di materia prima. «La Ditta Pepe, – scrivevano, infatti, i Carabinieri Regi della Compagnia di Caserta – assumerà in servizio gli operai licenziati, come appena avrà una nuova fornitura di grano»[10]. Nell’attesa della loro riassunzione in servizio, l’Arma suggeriva di impiegarli, «in qualità di manovali», nei lavori per la costruzione dell’acquedotto nel Comune di Maddaloni.

Nella città di Capua, a detta di quel commissario di P. S.[11], la disoccupazione non era tale da destare preoccupazione. In quasi tutti gli opifici esistenti nel Comune. Ad eccezione soltanto di uno , come vedremo più innanzi, non si erano verificati, negli ultimi tempi, casi di licenziamento. Una situazione di assoluta normalità si registrava non solo presso il Pirotecnico Militare, un’industria di Stato[12], che impiegava il maggior numero di addetti, ben 782, ma anche presso gli opifici di minore entità, quali il “Molino e Pastificio Fratelli Capone”, che contavano 30 addetti tra operai, mugnai e pastai; la “Ditta Ferrara”, che operava nel settore del trasporto dei materiali e che teneva alle sue dipendenze 18 operai; le “Lavorazioni in legno Gentile & Troisi”, che occupava 31 addetti; la l’Impresa Costruzioni “Ditta Premoli”, da cui dipendevano altri 31 lavoratori. L’unica fabbrica in cui si erano avuti dei licenziamenti era stato l’ “Opificio Meccanico Bernasconi”. Qui c’era stata di recente una riduzione di personale, che, nel corso degli anni, non aveva mai superato il numero di 40 addetti, determinata, tuttavia, «da cessazione di attività per ampliamento della stessa»[13]. Nelle vicinanze di Capua, a Caianello, esisteva, inoltre, una cava di pietra della vedova Iannuccelli Angelina, che in quel lavoro di estrazione impiegava 40 operai[14].

Notizie poco allarmanti sulla disoccupazione nel settore industriale giungevano anche dal Comune di Santa Maria Capua Vetere, dall’Aversano e dal Circondario di Nola. In S. Maria C. V., città dove era tradizionalmente diffusa l’industria conciaria ed alimentare (p. e., il Pastificio Buffolano) essa era, infatti, giudicata «poco accentuata». Veniva, piuttosto, segnalato un ristagno nei lavori agricoli e nelle opere edilizie, «principalmente per l’inclemenza dei tempi». Altra preoccupazione derivava dalla «minore disponibilità di capitale», in seguito ad una certa «limitazione» nell’erogazione del credito adottata, dal settembre scorso, dagli istituti bancari, che gli industriali avevano, tuttavia, fino a quel momento saputo fronteggiare «senza apportare riduzioni alle loro aziende»[15].

   Anche nell’Agro aversano non si erano registrati licenziamenti «nelle scarsissime industrie locali». Il numero degli operai occupati superava di poco il centinaio, di cui 24 erano occupati nel “Molino e Pastificio Fratelli De Simone”, che, a detta di quel commissario di P. S., era la «sola industria notevole» esistente sul territorio[16]. Un’importante opportunità di lavoro era, tuttavia, offerta in quel periodo dalla costruzione dell’allacciamento ferroviario Aversa-Vico di Pantano (oggi Villa Literno), che offriva «larghissima occupazione» ad operai di vari mestieri. In particolare, numerosissimi erano gli sterratori, provenienti anche da altre zone[17]. Un altro territorio a quasi esclusiva vocazione agricola era anche il Circondario di Nola, dove la popolazione era occupata «per lo più nella coltivazione dei campi e nell’esportazione dei cereali». Le poche industrie più importanti lavoravano prevalentemente nel settore alimentare, come il Mulino a cilindri ed il Pastificio elettrico “Carmine Romano”[18].  Dai pochi e scarni rapporti ritrovati si apprende che anche qui «la situazione in rapporto alla disoccupazione […] è normale» e che, dal dicembre scorso fino ad «oggi nessun licenziamento si è verificato nei pochi Stabilimenti industriali esistenti», né se ne prevedevano in un futuro più o meno vicino[19].

Passiamo ora, a conclusione di questo rapido saggio, ad esaminare la situazione esistente nei due principali centri manifatturieri della ormai ex provincia, concentrati in Isola Liri (industria della carta) e Piedimonte d’Alife (industria del cotone).

Mentre l’originaria industria borbonica della lana, sviluppata preminentemente a Sora ed Arpino, aveva subito, a partire dagli anni successivi all’Unità, un progressivo decadimento fino a ridursi ormai a poca cosa[20]; un diverso destino, di segno positivo, era toccato, invece, alle cartiere di Isola Liri[21], che, però, proprio agli inizi degli anni Venti  del nuovo secolo aveva dovuto fare i conti con una pericolosa crisi, determinata dalla concorrenza al ribasso sui mercati della carta austriaca e iugoslava, che non lasciò indenne neppure le cartiere di maggiori dimensioni come le quelle delle Società Meridionali e la cartiera De Caria, e che fu ulteriormente aggravata dall’acuta lotta sindacale svoltasi in quegli stessi anni, con conseguenti scioperi, da parte degli operai, e serrate, da parte degli imprenditori, fino al definitivo prevalere, sull’organizzazione sindacale della sinistra, del sindacato fascista, che, soprattutto dopo l’uscita di scena politica di Aurelio Padovani, operò scopertamente in stretto ed aperto rapporto con la classe imprenditoriale locale[22].

Allorché fu avviata l’inchiesta, di cui ci stiamo occupando, i sintomi di crisi erano stati tutt’altro che debellati[23]. Lo scriveva chiaramente al questore di Caserta l’Ufficio di P. S. di Isola Liri[24], che riferiva, anzi, di «una crescente crisi dell’industria cartaria», che si andava delineando da qualche tempo e che era provocata «dalle diminuite richieste del prodotto». Le previsione che si traevano da questo stato di cose erano non poco pessimistiche. Anche se per il momento la produzione restava «pressoché invariata», in conseguenza delle scorte ancora disponibili di materia prima, in un prossimo futuro essa era destinata a calare notevolmente con tutte le immaginabili, negative «ripercussioni sulla classe operaia». Gli industriali, frattanto, secondo quanto si diceva in giro, per far fronte alla situazione, avevano concordato «di attuare la riduzione settimanale di una o due giornate», sia perché non si poteva procedere «a riduzione di salario, esistendo un contratto di lavoro con scadenza 3 dicembre 1928», sia per evitare «licenziamenti anche parziali di operai», non esistendo in quel Comune altre alternative occupazionali. A giudizio del funzionario, però, un simile provvedimento era da considerarsi più dannoso della diminuzione di salario e non avrebbe mancato di produrre «vivo malcontento nella massa operaia». Eppure, aggiungeva lo stesso, «con qualche sacrificio finanziario delle industrie», tenendo conto che il salario erogato rispetto al costo della carta era piuttosto basso, sarebbe stato possibile «mantenere la totalità quasi degli operai».

Non di certo migliore si presentava, quanto alle industrie, la situazione a Piedimonte d’Alife, che, capoluogo di un Circondario, i cui abitanti, nella «quasi totalità», erano occupati nell’agricoltura e «da tale lavoro trae[vano]mezzi adeguati o necessari di sussistenza»[25], costituiva l’unica realtà industriale di un certo rilievo di quel territorio. Qui sorgeva, infatti, un’importante centrale elettrica, di proprietà della “Società Meridionale Elettricità”, che era proprietaria pure di quella localizzata nel vicino Comune di Prata Sannita, dove erano attive anche due piccole cartiere, gestite «da enti privati»[26]. Era proprio in queste due centrali elettriche che si riscontravano incoraggianti condizioni occupazionali. Al momento esse davano complessivamente lavoro, compresi i dipendenti delle cartiere, a ben 200 operai, che erano al riparo da qualsiasi rischio di futuri licenziamenti. Anzi, si prevedeva un ulteriore ampliamento della pianta organica del personale, in conseguenza del prossimo loro ingrandimento e potenziamento. Difficoltà erano, invece, si registravano nel tradizionale settore cotoniero. La crisi commerciale, che aveva colpito questo comparto produttivo, aveva, infatti, ben presto inciso negativamente sui livelli occupazionali. Le difficoltà che incontrava il prodotto a trovare un «adeguato collocamento sui mercati» aveva già costretto l’importante stabilimento delle “Cotoniere Meridionali” a procedere ad un primo  ridimensionamento del personale, che era di 450 addetti, con il licenziamento di 100 operai, tutti scelti, anche in questo caso, per i motivi che si è detto, tra gli appartenenti a famiglie di agricoltori. Le stesse previsioni per l’avvenire non promettevano niente di buono e la probabilità di nuovi licenziamenti non era da escludersi, «siccome la specificata crisi tuttora persiste»[27].

 ***

   Nella relazione inviata al Ministero degli Interni, in riscontro della circolare telegrafica N° 2363 del 17 gennaio 1927, redatta sulla base dei dati raccolti, si faceva il punto della situazione occupazionale nella soppressa provincia di Caserta. I licenziamenti avvenuti dal primo dicembre del decorso anno, «nelle scarse industrie qui esistenti», erano in numero di 50 «tra gli operai addetti a molini e pastifici su 800 circa occupati in dette industrie», con l’avvertenza, come si è già avuto modo di dire, che essi erano dovuti a momentanea mancanza di frumento. Nell’industria cotoniera, a fine dicembre avevano, invece, perduto il posto 100 operai su 450, vale a dire oltre il 20 per cento  della mano d’opera impiegata. Nell’industria della carta non vi erano stati licenziamenti negli ultimi mesi, ma persisteva una situazione di crisi del settore, che sembrava colpire soprattutto gli opifici di maggiori dimensioni.

Quanto alle alternative occupazionali, oltre al riassorbimento in agricoltura per quei lavoratori rimasti senza lavoro, ma appartenenti a famiglie contadine, altra ed unica opportunità di trovare un lavoro era offerta dai cantieri impegnati nella costruzione di opere pubbliche, che avevano già assorbito una non trascurabile fetta di personale. Il sottoprefetto, che firmava questa relazione riassuntiva (firma illeggibile), non mancava di elencare i pochi lavori pubblici in corso sul territorio provinciale e di indicare, laddove poteva disporne, anche i dati degli occupati nell’esecuzione di queste opere. I lavori in corso, come si è già avuto modo di dire, erano quelli della direttissima Roma-Napoli, nel soppresso Circondario di Formia; la costruzione di opere di difesa del fiume Volturno in Cancello Arnone, «ove già han trovato lavoro N° 650 di sterratori»; ed i lavori per l’allacciamento viario Aversa-Vico di Pantano, dove, scriveva il funzionario, molte categorie di operai, provenienti anche da altre zone.avevano trovato e continuavano a trovare «larghissima occupazione»[28].



[1] La Prefettura a Caserta era ormai in fase di smantellamento.

[2] Archivio di Stato di Caserta (ASC), Questura, busta (b.) 238, fascicolo (fs.) 379. Le due circolari telegrafiche, rispettivamente del Ministero delle Corporazioni (13 gennaio 1827) e  del Ministero dell’Interno (17 gennaio 1927, n. 2363).

[3] Nel telegramma in cifra del  Ministero dell’Interno si raccomandava vivamente che il fenomeno della disoccupazione operaia fosse seguito «con particolare cura», con riguardo anche a quella «prossima», dovendo essa costituire «motivo di vigile preoccupazione».

[4] Non tutte le relazioni e i rapporti inviati da commissari di P. S. e Carabinieri Reali presentano eguale ricchezza di informazione, essendovene alcuni piuttosto sintetici e sbrigativi. Quanto all’ex capoluogo, nel rapporto inviato dalla Compagnia dei CC. RR. di Caserta, è detto esplicitamente «esclusa Caserta», per il semplice motivo che quel capoluogo non rientrava nel territorio di loro competenza.

[5] ASC, Questura, b. 238, fs. 379, i CC. RR. Della Compagnia di Sessa Aurunca alla Questura di Caserta, 24 gennaio 1927 e il commissario aggiunto di P. S. di Gaeta alla Questura di Casetta, 27 gennaio 1927, che segnalava anche che l’unico lavoro pubblico in corso d’opera era «la ricostruzione della banchina relativamente a questa Piazza del Municipio».

[6] Ivi, i CC. RR. della Compagnia di Formia alla Questura di Caserta, 7 febbraio 1927.

[7] Ivi, il commissario di P. S. di Formia alla Questura di Caserta, 2 febbraio 1927.

[8] Anche in questo caso, nel calcolo degli occupati in questo settore non sono compresi, per i motivi che si sono detti, i dipendenti di uno dei principali pastifici della provincia, funzionante nel capoluogo, nella borgata San Benedetto il “Pastificio Cosimo Amato”.

[9] Ivi, i CC. RR. di Caserta alla Questura di Caserta, 9 febbraio 1927.

[10] Ibidem.

[11] ASC, Questura, b. 238, fs. 379, il commissario di P. S. di Capua, 12 febbraio 1927.

[12] Un’altra industria come questa esisteva nel Comune di Fontana Liri (distretto di Sora), ma nessuna notizia è stato rinvenuta in merito.

[13] Ivi, rapporto precedente dello stesso commissario di Capua alla Questura di Caserta, in data 17 gennaio 1927.

[14] Ivi, i CC. RR. della Compagnia di Capua alla Questura di Caserta, 3 febbraio 1927.

[15] Ivi, Il Commissario di P.S. di Santa Maria C. V. 31 gennaio 1927 e i CC. RR., Compagnia di Santa Maria C. V. al questore di Caserta, febbraio 1927.

[16] Ivi, il commissario di P. S, di Aversa al questore di Caserta, 16 febbraio 1927.

[17] Ibidem.

[18] Informazione questa che si ricava da altra fonte, ASC, Pref. Gab., b. 33, fs. 366.

[19] Ivi, il commissario di P. S. di Nola, 18 febbraio 1927, e i CC. RR. Compagnia di Nola, 4 febbraio 1927,  al questore di Caserta.

[20] Per le vicende dei lanifici di Sora ed Arpino si rinvia ai saggi di S. de Maio (pp. 3-107) e C. Cimmino (pp. 108-217) in Economia e Società nella Valle del Liri nel sec. XIX. L’industria laniera, Atti del Convegno di Arpino, 3-5 ottobre 1981, a cura di C. Cimmino.

[21] Segni di crisi, ovviamente, si registrarono anche in altre cartiere di minore importanza, esistenti in altri Comuni. Del destino della cartiera di Fontana Liri, fondata nel 1893 dal signor Cerasoli e ceduta poi, nel 1920, alla Società Imprese Gestioni, che continuò a tenerla saltuariamente in attività, impiegando 53 operai nella fabbricazione di carta paglia, si  interessò, nel 18923, lo stesso segretario provinciale del Partito Fascista, avvocato Raffaele Di Lauro,  allorché iniziò a correre voce di una nuova sua cessione alle Cartiere Meridionali. Il Di Lauro, in effetti, paventava che le Cartiere Meridionali non avessero alcuna intenzione di mantenere in attività la fabbrica, ma, con grave danno del Comune, puntassero esclusivamente, a sfruttare la forza idraulica che la cartiera di Fontana Liri ricavava dal fiume, nel tratto in cui questo scorreva nei suoi pressi. Pertanto, come riferiva il sottoprefetto di Sora al prefetto, 1° maggio 1923, egli chiedeva che il Ministero dei LL .PP. non avesse concesso il nulla osta (era già stato firmato il compromesso) per la vendita, se non a condizione che i 130 cavalli, di cui usufruiva lo Stabilimento, fossero utilizzati unicamente per continuare ad essere impiegati  nella fabbricazione della carta nello Stabilimento di Fontana Liri (ASC, Pref. Gab., b. 33, fs. 359).

[22] Sulle lotte sindacali in questo periodo ad Isola Liri, si veda M. Bernabei, Fascismo e Nazionalismo in Terra di Lavoro, in Id., Fascismo e Nazionalismo in Campania. Roma 1975, pp. 94-99.

[23] L’inasprimento della crisi, che già durava da qualche tempo, era andata accentuandosi a partire dal maggio 1923. Cfr. il saggio ancora inedito di O. Isernia, Il centro industriale di Isola Liri tra crisi e lotte sindacali nei primi anni dell’era fascista

[24] ASC, Questura, b. 238, fs. 379. Il rapporto è in data 17 gennaio 1927.

[25] Ivi, i CC. RR. della Compagnia di Capua al questore di Caserta, 3 febbraio 1927.

[26] Ibidem.

[27] ASC, Questura, b. 238, fs. 379, i due rapporti dei CC. RR. della Compagnia di Capua al questore di Caserta, 17 gennaio e 3 febbraio 1927.

[28] Ivi. la relazione è in data 18 febbraio 1927. Tra i lavori pubblici non risultano inseriti quelli alla banchina di Gaeta, indicati, invece, come riportato alla nota  5, dal locale commissario di P. S.

mauro nemesio rossi

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