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La rivolta del pane del 1898 ed i proventi degli amministratori

 OLINDO ISERNIA 

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Gli ultimi anni dell’Ottocento furono in Italia tra i più travagliati e tumultuosi del secolo. A rendere particolarmente instabile il clima sociale contribuì, tra gli altri fattori, il rincaro del prezzo del pane, cresciuto ad un livello insostenibile per le classi meno abbienti, per effetto delle cattive annate e della contrazione degli acquisti di grano dall’America in seguito alla guerra ispano-americana.

Inevitabilmente sommosse e tumulti cominciarono, ad un certo punto, a verificarsi, da nord a sud della penisola, in più di una regione, dalle Romagne alla Puglia, dalle Marche alla Toscana, dove le popolazioni scesero in piazza per reclamare pane e lavoro.

Gli avvenimenti più drammatici, e sanguinosi, si verificarono, in una sorta di tragico epilogo, nella città di Milano. Qui, una folla numerosa, composta anche da donne e fanciulli, per diversi giorni, dal 6 al 9 maggio 1898, scesa in piazza e nelle strade, tenne viva la protesta. Il governo, che fino a quel momento era rimasto inerte di fronte al dilagare del malcontento popolare, guardandosi bene dal prendere una qualsiasi provvedimento (per esempio, la sospensione del dazio interno sulle farine), decise, questa volta di conferire ampi poteri all’esercito per far ritornare la situazione alla normalità. Il generale Bava Beccarsi assolse con brutale violenza al suo compito, giungendo ad ordinare all’esercito di far fuoco con i cannoni su quella folla inerme. Secondo le cifre riportate dalle statistiche ufficiali, rimasero sul terreno 80 dimostranti ed altri 450 restarono feriti. Due furono le vittime tra le forze dell’ordine.

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  Più o meno nello stesso periodo dei gravi fatti di Milano, tra la fine del mese di aprile e gli inizi di quello di maggio, anche la provincia di Terra di Lavoro fu lambita dall’onda dell’agitazione popolare, che reclamava pane e lavoro, destando, sulle prime, non poco allarme. Scriveva  L’Unione Provinciale, uno dei principali periodici locali del tempo: «Anche in Terra di Lavoro, l’agitazione popolare pel rincaro del pane comincia ad assumere forme e proporzioni allarmanti»[1]. Era accaduto che, il giorno prima, ad Aversa, dopo che già a Nola si era verificato un certo fermento, «una calca di popolo», composta da lavoratori disoccupati, donne e fanciulli «laceri e affamati», si era portata nella piazza Vittorio Emanuele ed aveva iniziato a schiamazzare al grido di «vogliamo pane», per poi, sempre gridando e bestemmiando, percorrere le vie della città e abbandonarsi ad atti di vandalismo, «abbattendo fanali e rompendo i vetri di moltissime abitazioni». Infine, una volta giunta alla cinta, aveva dato alle fiamme anche sei casotti del dazio. Secondo quanto riferiva il corrispondente da Aversa del giornale[2], il tempestivo intervento della forza pubblica, che, ristabilita la calma, procedette poi anche  all’arresto di 48 dimostranti, aveva impedito che si fossero verificati ulteriori e gravi incidenti. Grosso modo disordini dello stesso tipo ebbero a verificarsi nella stessa giornata anche a Cesa, ma il temuto coinvolgimento nei tumulti di numerosi altri centri della provincia, sull’esempio di Aversa, nei giorni a seguire non ci fu e ciò avvenne non tanto per la presenza capillarmente diffusa delle truppe sul territorio, e per le possibili misure repressive[3], quanto per la lungimiranza degli amministratori locali, che non esitarono ad adottare tutti quei pochi indispensabili provvedimenti per venire incontro al concreto disagio delle classi più bisognose. In quasi tutte le Amministrazioni della provincia, infatti, chi più, chi meno, rispondendo agli inviti delle superiori autorità, provvidero abbastanza celermente, con misure calmieratrici del prezzo del pane, «a mitigare i giusti lamenti del popolo»[4]. Di conseguenza, pochissimi furono i tentativi di inscenare manifestazioni contro l’incarimento del pane e la mancanza di lavoro, tutti repressi repressi rapidamente o abortiti sul nascere, come accadde a Frignano Maggiore, a Marcianise, a Santa Maria Capua Vetere e nello stesso capoluogo della provincia.

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Ad Aversa, nella stessa giornata della protesta popolare, la giunta comunale, riunitasi di urgenza, a sera, deliberò, quale provvedimento immediato, di abbassare il prezzo del pane da 42 a 30 centesimi. A dar man forte al Comune, qualche giorno dopo, intervenne anche la locale Congregazione di Carità, che, per alleviare tangibilmente il disagio della popolazione più indigente, fece distribuire, a partire dal 5 maggio, «115 boni a centes. 15 ognuno ai poveri della città»[5]. Fu costituito, inoltre un Comitato, di cui entrarono a far parte «parecchi cittadini aversani e l’onorevole Rosano, nostro rappresentante politico», allo scopo di raccogliere offerte a beneficio dei più bisognosi. I provvedimenti presi a tempo dal Municipio aveva trattenuto la maggior parte dei Comuni dell’agro aversano da ogni eccesso. A Casaluce era addirittura da tre mesi che, ogni 15 giorni, si distribuivano «gratuitamente quattro quintali di pane ai poveri». Quando, poi, «si ebbe sentore del rincaro sempre più crescente sui prezzi del grano», il sindaco, cav. Comella, insieme con la giunta, «provvide affinché tale aumento non fosse risentito dal popolo».

Nei Comuni prossimi al capoluogo, a prevalente vocazione agricola, come si è accennato in precedenza, un principio di sollevazione si registrò soltanto a Marcianise. «Sabato scorso – scriveva il corrispondente di quella città – parecchi contadini con una bandiera tricolore ed armati di bastoni, alcuni anche di randelli, irruppero nella piazza Municipio gridando “Viva il Re! Vogliamo lavoro e pane!», minacciando di attaccare il Palazzo Municipale. Si fece allora incontro ai rivoltosi il sindaco, cav. Giuseppe Foglia, facendo loro molte promesse, nel tentativo di riportarli alla calma, che fu poi effettivamente ristabilita per l’intervento del delegato di P.S., sig. Leone, e dei suoi agenti, che operarono pure diversi arresti. Per scongiurare il verificarsi di un eventuale nuovo assembramento si provvide anche a far venire in città uno squadrone del 19° Cavalleria Guide, che erano di stanza a Caserta. Contemporaneamente, però, «il Municipio provvide presto con equi rimedi, facendo vendere il pane con ribasso e distribuendo una lira per ogni famiglia povera della città». Successivamente il sindaco fece, inoltre, deliberare «la sospensione illimitata dei dazi sulle farine» e un’ulteriore diminuzione del prezzo del pane da 38 centesimi a 35 il chilogramma. In seguito a queste misure, la calma e la tranquillità ritornarono a regnavare sovrane in Marcianise e «ognuno ha ripreso le sue ordinarie occupazioni». Nella vicina Recale, gli abitanti si erano sempre mantenuti nella massima tranquillità, «mercé i sani ed equi provvedimenti presi in tempo da questa Autorità Municipale» «Nessuna ombra di tumulto o di assembramento – si legge nella corrispondenza che riguarda questo paese – si è qui verificato, anzi ognuno sostiene con animo calmo la presente crisi finanziaria». Da parte loro, il sindaco, cav. Francesco Vestini, e la giunta municipale, appena che, in altri centri della provincia, si erano manifestati i primi concreti segnali di tumulto, si erano affrettati a prolungare l’abolizione provvisoria del dazio sugli sfarinati fino al termine del mese di maggio, «alleviando così, se non di molto, il caro prezzi di quei commestibili» ed avevano, altresì, disposto che alle classi povere fossero venduti, «ad un prezzo molto tollerabile», il pane e le farine, inducendo a più miti consigli i rivenditori di questi generi, che avevano subito protestato contro questo provvedimento, sostenendo che erano costretti  a vendere ad un prezzo inferiore a quello con il quale avevano acquistato. Anche a Casagiove,  sindaco, sig. Carlo de Lillo, e giunta comunale erano venuti con grande solerzia incontro alle categorie bisognose del paese, stabilendo «la vendita di tre quintali di pane al giorno al prezzo di centesimi venticinque il chilogrammo», e la vendita di «farina di gran turco a centesimi 15 il chilogrammo». Si trattava di prezzi scontati particolarmente bassi rispetto a molti altri Comuni, che avevano arrecato effettivo sollievo agli indigenti del Comune, come riferiva il corrispondente del posto, che smentiva «recisamente» le voci, che erano circolate nei giorni scorsi di «tumulti conglomeramenti e malcontenti».. Agli abitanti di questo Comune era stato possibile dare anche una risposta positiva alla dilagante disoccupazione, grazie a tre impresari della zona, «i magnanimi gentiluomini salvatore Castiello, cav. Pepe Antonio e Molco Angelo», che, dovendo provvedere al potenziamento del personale nei loro stabilimenti e nelle loro industrie, avevano «dato lavoro a molti operai disoccupati». Una riduzione abbastanza consistente del prezzo del pane per le classi più povere fu  operata, come è appena visto per Casagiove, anche a Casapulla, dopo che  l’Amministrazione municipale ne fissò la vendita a centesimi 28 al chilo.

Sempre restando nel Circondario di Caserta, provvedimenti tempestivi per combattere il rincaro del pane furono presi nei due grossi centri di Santa Maria Capua Vetere e di Capua. Nel primo dei due, il Consiglio municipale fece ritirare tutto il pane di seconda qualità dai panettieri, che fu poi distribuito per mezzo dell’assessore avv. Gaetano Caporaso. Tale iniziativa era destinata a restare in vigore fino a quando non il pane non fosse ribassato, per consentire a quella parte della popolazione sammaritana più bisognosa di poter acquistare il principale elemento di nutrimento ad un prezzo compatibile con le proprie possibilità economiche. La situazione in città, grazie anche a questi provvedimenti, si era mantenuta sempre tranquilla, con un unico  leggero episodio di turbativa, allorché «Martedì sera solamente da pochi sconsigliati, in maggior parte ragazzi, si volle – ne ignoriamo completamente la ragione – tentare una dimostrazione, la quale abortì completamente per le energiche misure adottate dal capitano dei Carabinieri cav. Santoni venuto espressamente da Caserta per la tutela dell’ordine pubblico», che effettuò alcuni arresti.

«Anche qui – scriveva a proposito di Capua il cronista – il prezzo a dismisura cresciuto del pane avrebbe menato al disordine senza l’opera accorta di questa rappresentanza Comunale, che ha trovato valido ausilio nel concorso generoso di questa Congregazione di Carità». Il sindaco della città, avv. Antonio Casertano, e il presidente della Congrega, avv. Capitelli, appena fu segnalato il rincaro del pane, «richiesero e fu concesso il locale dell’abolito panificio militare», che sarebbe andato già in funzione «se non si fosse trattato di dover superare difficoltà non lievi e non poche specie per l’acquisto degli sfarinati pel bisogno». In attesa dell’inizio della sua attività,  era stato concluso un accordo con i vari fornai, anche della vicina Santa Maria Capua Vetere, , fin dal 30 aprile scorso, per poter fornire alla cittadinanza dell’ottimo pane per trenta centesimi il chilogramma, ricadendo a carico della Congrega di Carità e del Municipio la differenza abbastanza sensibile tra il prezzo di acquisto del grano e quello della vendita, «regolata anch’essa perché non si risolva a vantaggio degli speculatori, i quali certo non mancherebbero in tale penoso periodo».

In vista del sensibile aumento del grano, anche il Comune di Caiazzo, per iniziativa del sindaco, Pasquale Maturi, e dell’assessore all’annona, Vincenzo Foschi, cercò di correre ai ripari. Nei primi giorni di maggio, fu fatto affiggere in paese un manifesto, che annunziava che presso l’ufficio di P.U. era stato messo in vendita «a datare da oggi e fino a nuovo ordine», limitatamente ai soli cittadini del Comune, pane di grano a centesimi 30 il chilo e quello di granturco a centesimi 16. La vigilanza sulla regolarità della vendita era affidata all’assessore Foschi, per impedire che «i prestinai commettano atti di camorra». A Piana di Caiazzo, al provvedimento di vendere a prezzo agevolato il pane si abbinò la pratica della distribuzione di «sussidi privati ai più bisognosi ed agli inabili al lavoro».

Pur nella ristrettezza delle risorse disponibili, l’Amministrazione comunale di Arienzo, «compenetrandosi del disagio economico prevalente, ora aumentato pel rincaro del pane» non si sottrasse a venire in aiuto dei «veri bisognosi», facendo concorrere il Comune all’elevato prezzo di «quel genere di prima necessità». Fu, perciò, approvata dal Consiglio comunale una delibera, che concedeva al pubblico in generale la possibilità  di rifornirsi «direttamente negli esercizii qui esistenti del pane di 1ª sorta al prezzo di 0,30 al Kg, di quello di 2ª  a L. 0,20 e del pane di granone a L. 0,12, e ciò pel periodo di un mese da oggi ». Non potendosi, però, aprire spacci municipali, si stabilì che chiunque avesse voluto avvantaggiarsi di tale agevolazione, avrebbe dovuto allora recarsi nell’Ufficio del Comune, tutti i giorni, dalle 7 e fino, improrogabilmente, alle ore 10 antimeridiane, dove avrebbero trovate persone appositamente addette alla distribuzione di «buoni valori rappresentanti la differenza di prezzo». Tali buoni si sarebbero versati come denaro contante ai pubblici esercenti,  «per raggiungere il prezzo corrente in piazza». Per la distribuzione di tali buoni si sarebbe tenuto conto dei bisogni di ciascuna famiglia, fino ad un limite massimo di 4 chilogrammi di pane al giorno.

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A Nola, nell’omonimo Circondario, come già si è accennato, ci fu, alla fine di aprile, una dimostrazione contro il rincaro del pane. Prontamente era, però, intervenuto il deputato della zona, on. Vitale, che aveva invitato i dimostranti alla calma, dando assicurazione che dal Municipio sarebbero stati presi «solleciti provvedimenti per alleviare alle classi lavoratrici le presenti difficili condizioni». Ogni disordine fu così scongiurato. Inizialmente, in verità, la decisione di acquistare alcuni quintali di grano da parte del Comune, da distribuire ai fornai  con l’accordo di non panificare ad un prezzo superiore a cent. 40 al Kg, dovette essere tutt’altro che rassicurante per la popolazione. Soltanto un po’ più tardi si cominciò a distribuire pane di grano integrale al prezzo assai più sopportabile di centesimi 30, anche in considerazione, che nelle difficili condizioni economiche di quel momento, come ammise con onestà il primo cittadino era «un’utopia» poter pensare di dare lavoro agli operai.

Ribassi del prezzo del pane furono dalle autorità comunali decisi anche in altri Comuni del Circondario. Ad Acerra la giunta con un manifesto, in data 1° maggio, annunziò di essersi fatto carico del disagio della cittadinanza per l’aumentato costo di un genere di assoluta prima necessità come il pane ed aveva, perciò, deliberato, «in data di ieri, vendersi da tutti i panettieri il pane di GRANO BRUNO a centesimi TRENTA il chilogramma, e quello di GRANONE a centesimi QUINDICI». La differenza del prezzo restava a carico dell’Amministrazione. Anche a Brusciano non mancarono idonee iniziative. Il  corrispondente di quel Comune, dopo aver osannato con una “sviolinata” in piena regola il sindaco Eugenio de Ruggiero («Noi, fra i generosi, additiamo l’egregio sindaco di Brusciano, il quale, secondando sollecitamente gli inviti delle superiori autorità e lo impulso del suo cuore, non trascura nulla per alleviare le sofferenze dei suoi amministrati con premura commendevole»), accennava finalmente alle iniziative poste in essere per arginare il crescente rincaro del prezzo del pane: «Per sopperire all’ingente bisogno, [il sindaco], coadiuvato dal segretario, fece venire da Caserta pane di puro grano ad esuberanza, che fa vendere a cent. 25 al chilo, comperato a cent. 34. Egli però vagheggia di fare qualche cosa di più durante la crisi frumentaria, vuol comperare in proprio il grano per panizzarlo, onde giovare vieppiù le classi povere». A questo scopo era intenzionato a chiedere al Consiglio comunale di conferirgli più ampi per poter operare con maggiore speditezza. Il ricorso alla distribuzioni di buoni alle famiglie in difficoltà economiche fu, invece, la strada scelta dal sindaco di San Vitaliano, Alberto D’Angerio, per consentire loro di acquistare direttamente il pane a prezzo scontato. Tale sistema, che, adottato, come si è visto anche in altri Comuni, non aveva dato luogo ad inconvenienti, qui si dovette sospendere «perché molti invece di comprare del pane spendevano la soladifferenza in altri generi, e specialmente in vino, facendo così un’abile speculazione a danno delle dissestate finanze comunali». Dopo di ciò, furono gli stessi venditori a ridurre il prezzo del pane a cent. 30.   Qualche cenno va, infine, fatto sui provvedimenti presi nei Comuni dell’alta provincia. A Maranola, Comune rientrante nel Circondario di Gaeta con «deliberato d’urgenza» furono messi in circolazione buoni di centesimi cinque, «da distribuirsi alle famiglie operaie del comune per ogni chilogramma di pane» acquistato dai pubblici esercenti. A Itri, a Fondi, a Castelforte, a Minturno, a Pico, a Pastena, a San Biagio ed in altri moltissimi Comuni, dove regnava la più grande calma, furono aperti «spacci municipali dove si vende[va] il pane a prezzo ridotto».

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    Per due settimane ancora L’Unione Provinciale continuò a seguire da vicino gli sviluppi della situazione, compiacendosi sempre più che mentre in tutte le altre province del Regno continuava il fermento, la provincia di Terra di Lavoro, che sulle prime aveva dato l’impressione di voler anch’essa seguirne l’esempio, «seguita[va] ad essere tranquilla ed a vivere la sua vita normale». Il rapido ritorno ad una situazione di calma completa rafforzava la convinzione, espressa dal giornale fin dall’inizio,  che a soffiare sul fuoco, perché questo divampasse, fossero «certi falsi tribuni», pronti a sfruttare, a fine di partito, il malcontento popolare, dirigendolo davanti ai municipi, contro il sindaco e le amministrazioni avversarie. «E noi abbiamo visto – si legge nel numero del 7 maggio – in certi paesi la solita turba di monelli e donnicciuole, guidata od istigata da uno o da parecchi individui, che con la maggioranza amministrativa del loro paese erano in lizza, schiamazzare davanti ai municipii o presso le case dei sindaci, non per il rincaro del pane, ma per la stolta e goffa smania di gridare abbasso od evviva, la manifestazione più cieca del furor popolare». Dove costoro non avevano trovato seguito, le dimostrazioni erano abortite. Ed, in proposito, l’autore del pezzo faceva l’esempio di quanto era avvenuto «qui martedì a Caserta», dove pure, per contrastare la crisi, erano entrate in funzione le cucine economiche ed occasioni di lavoro erano state offerte a qualche categoria di lavoratori, come gli scalpellini, impiegati dal Comune nelle costruzione di banchine. Qui, si legge, quel giorno «v’erano i soliti guarda-piazze che cercavano, seduti davanti ai caffè[…] istigare pochi operai alla rivolta, ma non trovarono proprio nessuno che li avesse secondati nel loro disegno», in quanto «nessuno volle emettere un grido e la dimostrazione tanto aspettata contro il municipio abortì».

Nell’ultimo dei tre articoli di fondo, pubblicati da L’Unione Provinciale sulla questione dei disordini per il pane, intitolato eloquentemente La calma, il giornale non nascose tutto il suo compiacimento per le notizie che giungevano in redazione, che assicuravano dovunque una calma completa. Il merito principale di tale calma era attribuito all’indole pacifica dei lavoratori casertani, che «si contentano trarre sostentamento dal loro braccio più che mettere a repentaglio la pace delle loro famiglie»[6]; ed alle autorità politiche ed amministrative[7], che «sopraintendono alla casa pubblica, le quali hanno saputo in tempo escogitare quei mezzi e provocare quei provvedimenti per se stessi sufficienti ad alleviare il disagio economico generale delle nostre popolazioni».



[1] L’Unione Provinciale, 1 maggio 1898, Tumulti pel rincaro del pane.

[2] Ivi.

[3] La tutela dell’ordine pubblico nella provincia era stata affidata alle autorità militari. Ad assumerne la direzione generale fu  il maggiore generale Radicati di Marmorito , comandante del presidio dell’8ª di cavalleria. La provincia fu ripartita in una zona e tre sottozone, in ognuna di di esse vi erano reparti di fanteria, cavalleria e artiglieria. Tutti i punti strategici del territorio provinciale furono occupati dalle truppe, soprattutto in previsione di possibili invasioni che si tentassero dall’esterno della provincia (L’Unione Provinciale, 14 maggio 1898).

[4] Ivi, 14 maggio 1898. Corrispondenza da Brusciano.

[5] Questa e tutte le altre notizie riguardanti le iniziative adottate dai Comuni della provincia sono riprese dalle corrispondenze pubblicate nei tre numeri del 1°, 7 e 14 maggio de L’Unione Provinciale.

[6] È  del tutto evidente che al periodico diretto da Emilio Musone, espressione della classe liberale più conservatrice, stava più che bene una classe lavoratrice, paziente e laboriosa, che versasse in una condizione, per così dire, di minorità, perché ancora completamente sprovvista di un minimo di organizzazione di categoria, attraverso cui rivendicare più giuste condizioni di vita, ed alla quale fosse sufficiente, quel poco che le veniva  dato, quasi per caritatevole concessione, nei periodi di particolare difficoltà economico-finanziaria, quando i morsi della crisi finivano per colpire maggiormente proprio le categorie più povere e diseredate.

[7] Al prefetto della provincia, comm. Fioretti, L’Unione Provinciale  dedicava, poi, nel corpo dell’articolo, quasi un panegirico per come aveva saputo gestire l’intera difficile situazione.

mauro nemesio rossi

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