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La propaganda contro l’unità d’Italia attraverso i manifesti (1861-1862)

 OLINDO ISERNIA

Fenestrelle lapide

Libelli e manifesti ebbero un ruolo non trascurabile tra i mezzi di propaganda antiunitaria utilizzati in provincia di Caserta. Proclami e manifesti, soprattutto, fecero numerosi la loro apparizione sui muri tanto dei piccoli quanto dei comuni più grandi di Terra di Lavoro. La loro comparsa tendeva però, di regola, ad infittirsi in misura notevole in tutti quei momenti particolarmente delicati per le novelle istituzioni, allorché era più agevole far leva sul malcontento e le inquietudini delle masse popolari.

   Se, infatti, per i primi tempi, fu effettivamente frequente il rinvenimento da parte delle forze di polizia di manifesti affissi clandestinamente in questo o quel paese [1], senza, tuttavia, che mai il fenomeno assumesse dimensioni preoccupanti; a partire dal periodo a cavallo tra gli ultimi mesi dell’anno 1861 ed i primi mesi di quello successivo, in coincidenza con l’approssimarsi dell’inizio delle operazioni di leva, esso fece registrare un considerevole incremento, che non mancò di allarmare la massima autorità della provincia. La frequenza con la quale gli venivano trasmesse notizie di rinvenimento di  «manifesti sediziosi», in special modo nelle località più vicine all’ex capitale, quali, per esempio, Aversa ed altri comuni del suo distretto, lo spinsero, nella consapevolezza delle conseguenze, che ne sarebbero potuto derivare, a sollecitare quelle locali autorità a procedere a qualche arresto per mettere finalmente un freno alla continua comparsa sui muri cittadini di «vari proclami che – scriveva – vengono affissi clandestinamente e tendono alla diffusione di massime sovversive e specialmente ad alienare gli animi dal Governo prevalendosi della leva che va compiersi a breve»[2].

In questo stesso periodo cartelli e manifesti contro la leva militare, oltre che ad Aversa, fecero la loro comparsa anche a Nola, dove furono rinvenuti «alle mura di questa città tre cartelli incitanti alle armi in occasione della presente leva»[3], a Maddaloni[4] ed in altri centri del Maddalonese, il cui contenuto «tende[va] ad alienare la gioventù dal proprio dovere e dal retto sentimento di amore verso il Re e la Patria»[5]. Anche se, dalla nostra rapida ricerca tra le carte di archivio, nessuna indicazione in tal senso, come risulta dalle località finora indicate, è stato possibile rinvenire per i circondari dell’Alto casertano, è fin troppo legittimo ritenere che cartelli e manifesti di simile tenore dovettero immancabilmente fare la loro comparsa in quelle località, che, per la loro vicinanza al confine con lo Stato Pontificio, si trovavano in una condizione costante di allerta.

L’intendimento degli attivisti filo-borbonici di far leva sul malcontento delle popolazioni nei confronti del il servizio militare obbligatorio, al fine di spingerle a sollevarsi, emerge chiaramente anche dai proclami che furono trovati affissi in diversi comuni della provincia. I testi di questi proclami, il cui ritrovamento è documentabile per Santa Maria, Maddaloni ed Aversa[6], dovevano quasi sicuramente essere tutti impostati sulla falsariga di quello trovato a Succivo[7], il cui contenuto è giunto fino a noi[8]. Il proclama in questione presentava un’Italia meridionale tutta sollevata ed in armi (La Basilicata era detta «quasi intieramente occupata»; Isola, Itri e Fondi avevano innalzato «il glorioso vessillo Borbonico»; le Puglie erano «in piena rivolta» e in tutte le altre province «dove più dove meno le popolazioni e le Guardie Nazionali si uniscono ai prodi volontari per scacciare l’inviso Straniero»),  nello scoperto tentativo di invogliare anche i napoletani ad agire («Napolitani, che aspettate per insorgere come un sol uomo?»).

Di fronte al moltiplicarsi delle affissioni di tali «scritti e proclami tendenti alla reazione e all’anarchia»[9], il prefetto aveva anche provveduto ad emanare una circolare a carabinieri e forze di polizia, perché rafforzassero la sorveglianza nei confronti degli elementi sospetti. Per quanto riguardava in particolare la città di Aversa, principali indiziati, come riferiva il sindaco Gaetano Parente, erano gli ufficiali borbonici colà domiciliati. Con ogni probabilità, erano proprio costoro, secondo il primo cittadino, che ne consigliava l’espulsione, gli autori delle «voci allarmanti che si spargono, e dell’affissione di scritti e proclami anarchici e reazionari»[10]. I medesimi, inoltre, a giudizio del delegato di P.S., «si maneggia[va]no con briganti, reazionari di Napoli e quelli sparsi nei paesi adiacenti per fare una forte reazione»[11].

***

In quello stesso anno 1862 comparvero, altrettanto numerosi, in più punti della provincia, altri manifesti, proclami e cartelli «criminosi», ugualmente avversi al nuovo stato di cose ed al governo italiano, che, però, questa volta, nella maggior parte casi, erano posti sotto accusa, muovendo da un punto di vista, che era strettamente cattolico e confessionale. Essi erano, in effetti, la testimonianza della profonda ostilità, che la prevalente parte del clero e del mondo cattolico nutriva nei confronti del nuovo Stato unitario e della sua politica ecclesiastica, che attentava alle tradizionali prerogative della Chiesa e la spogliava dei suoi beni, giungendo perfino a porre in discussione la questione del potere temporale del papa. Proprio su quest’ultimo aspetto circolava nella provincia un libretto, dall’intento dichiaratamente propagandistico, intitolato Un nuovo club ovvero adunanza di varii giovani in conversazione con un Professore intorno alle questioni odierne, stampato a Napoli nel marzo 1862, in cui, con varie argomentazioni, si sosteneva la tesi della «necessità del potere temporale che non può andare disunito da quello spirituale»[12].

Tra febbraio e marzo furono rinvenuti affissi, nella notte del 15 febbraio, in vari punti della città capoluogo diversi «cartelli criminosi» di matrice prevalentemente cattolica. Uno di essi era rivolto Al mondo Cattolico e portava in alto la significativa scritta, a firma del cardinale Antonelli: «Se il Santo Padre ha rotto col Gabinetto di Torino, trovasi in eccellenti rapporti col popolo Italiano», mentre in basso, in corsivo, si leggeva la scritta: «Disse bene, benissimo»[13]. Circa un mese dopo se ne trovarono altri tre, ugualmente attaccati sui muri di alcune strade di Caserta. Il primo inneggiava ai cattolici, alla Francia, al papa re e a Francesco II; il secondo stabiliva l’assurdo, ma fin troppo eloquente «parallelo» tra il Medioevo e «l’età presente» a tutto svantaggio di quest’ultima; mentre il terzo toccava, invece, il tasto doloroso della fucilazione «de’ nostri migliori fratelli caduti vittime della prepotenza dell’usurpatore, che ci ha lasciato l’insopportabile eredità di afflitte vedove, inconsolabili ed orbati e miseri fanciulli». Il «grido di guerra» di «un Popolo stanco di tanta oppressione», che avrebbe vendicato il sangue di migliaia di innocenti, non avrebbe, però, tardato a riecheggiare e la stessa Guardia nazionale, che «v’ha gran colpa», non ne sarebbe rimasta immune[14].

Più o meno gli stessi concetti erano espressi anche in tre foglietti a stampa, fatti trovare a Parete, in diversi punti del paese, nei quali si invitavano i «Popoli Napolitani» alla rivolta ed alla ribellione «dal gioco (sic) piemontese», il cui governo era accusato, ancora una volta, di aver conculcato la religione dei padri, spogliato i templi del nostro Dio vivente, soppresso i monasteri, imposto tasse esorbitanti e passato per le armi quindicimila individui «di ogni età»[15].

Come si vede, con la difesa dei diritti della Chiesa e dei poteri del papa si intrecciavano gli altri due principali motivi, che erano l’esaltazione della figura  dell’ultimo re Borbone e l’istigazione delle masse alla rivolta, per liberarsi dall’autoritario e cattivo governo dei piemontesi. Per la loro divulgazione non si faceva uso soltanto della prosa, ma si ricorreva anche alla composizione in versi. Agli inizi di maggio, due poesie, «l’una in lode di Francesco 2° e l’altra per eccitare la popolazione ad una reazione» furono rinvenute ancora una volta a Caserta[16]; dopo che, qualche mese prima, era stato ritrovato affisso sul muro di una strada di Orta un «Inno reazionario»[17].

Gli scritti «sediziosi» viaggiavano, inoltre, anche per posta e, di tanto in tanto, lettere e proclami finivano sequestrati. Il sindaco di Aversa, Gaetano Parente, informava, per esempio, il prefetto di diverse lettere spedite, per posta, da Napoli a consiglieri comunali, provinciali e a molte altre persone, contenenti un «proclama» contro «il sedicente Re galantuomo e il suo governo, spogliatori dei beni della Chiesa, imprigionatori di innocenti cittadini», nei cui confronti a buon ragione «protestava e protesta il Venerabile clero […] l’illustre Patriziato […] le carceri del Regno ove sono ammassati a migliaia di cittadini onorati, onesti, innocenti». La conclusione era quella ricorrente con l’invito ai «Napolitani» ad insorgere, dopo giuramento fatto «al cospetto di Dio […] di vincere o morire»[18]. Ugualmente per posta giungevano a destinazione, un numero considerevole, di giornali cattolici, quali Armonia, La Civiltà Cattolica,  Stella del Sud, L’unità Cattolica, Il Difensore Cattolico ecc. Destinatari erano soprattutto parroci e sacerdoti. Molti di questi periodici avevano, poi, ampia circolazione anche nei Seminari e spesso loro articoli erano letti dai prefetti o dai rettori, nell’ora del refettorio, alla presenza di tutti i seminaristi[19].

Saggio già pubblicato sul periodico “Osservatorio Casertano” (gennaio 2011)

 

 

 



[1] Nel maggio 1861 furono rinvenuti tre diversi «manifesti sediziosi», affissi «sulla strada S. Carlo» (Archivio di Stato di Caserta (ASC), Prefettura (Pref.), Gabinetto (Gab.), busta (b.) 5, fascicolo (fs.) 32). Si cita secondo la vecchia collocazione.

[2] ASC, Pref., Gab., b. 5, fs. 38, il prefetto di Terra di Lavoro al delegato di P.S. al sindaco e al comandante della Guardia nazionale di Aversa, 6 dicembre 1861.

[3] Ivi Il sottoprefetto di Nola al prefetto di Caserta, 13 dicembre 1861.

[4] Ivi, rapporto del comandante la Divisione dei Carabinieri Reali di Caserta al prefetto della provincia, 5 dicembre 1861.

[5] Ivi, il delegato di P.S. di Maddaloni al prefetto di Caserta, 17 dicembre 1861.

[6] Ivi, i rapporti al prefetto di Caserta del delegato di P.S. di Santa Maria Capua Vetere (furono rinvenuti tre cartelli), 16 novembre 1861; del giudice regio e del delegato di P. S. di Maddaloni del 3 dicembre 1861; del capitano della Guardia nazionale di Aversa (furono rinvenuti due proclami) del 5 dicembre 1861.

[7] Risulta chiaramente che il testo del proclama era stato concepito e stampato a Napoli e poi diffuso anche nel vicino agro aversano.

[8] Ivi, rapporto  del delegato di P.S. di Aversa al prefetto di Caserta del 30 novembre 1861, con accluso foglio trasmessogli dal giudice regio di Succivo.

[9] Ivi, circolare del prefetto di Caserta ai delegati di P.S. ed al maggiore comandante dei Carabinieri Reali, in data 30 novembre 1861. «Da qualche tempo – egli scriveva – coloro che professano ostili sentimenti contro l’attuale Governo si agitano con maggiore audacia non dissimulando la folle speranza di veder restaurato un ordine di cose che ha lasciato nella onesta parte della popolazione la più profonda traccia di disgusto e d’odio». Proseguiva, quindi, affermando che il loro comportamento era divenuto sempre più audace, come dimostrava l’aumentato numero di affissioni, che invitavano «alla reazione e all’anarchia». Da qui l’esigenza di procedere ad una sorveglianza più stretta delle persone sospette.

[10] ASC, Pref., Gab., b. 5, fs. 39, il sindaco di Aversa al prefetto della provincia, 14 novembre 1861. Questi incaricava il delegato di P.S. di sorvegliarli e di inviargli un loro elenco dettagliato.

[11] Ivi, il delegato di P.S. di Aversa al prefetto della provincia, 13 novembre 1861.

[12] ASC, Pref., Gab., b. 10, fs. 94, il delegato di P.S.  di Aversa al prefetto della provincia, 7 maggio 1862. Le parole comprese tra virgolette sono riportate alla pag. 17 del libretto. (Si cita sempre secondo la vecchia collocazione).

[13] Ivi, il comandante della Guardia nazionale di Caserta al prefetto della provincia, 16 febbraio 1862. La rottura di cui si parla nel manifesto va riferita con ogni probabilità all’interruzione delle trattative, avviate, tramite padre Carlo Passaglia, dallo Stato italiano con la Santa Sede, in seguito all’allocuzione concistoriale del 18 marzo 1861, in cui Pio IX rievocava tutti i torti subiti per via del Piemonte e del liberalismo  ed affermava che in alcun modo poteva consentire all’avvenuta spogliazione. In proposito cfr. A. C. Iemolo, Chiesa e Stato in Italia. Dalla unificazione a Giovanni XXIII, Torino PBE 1965, pp. 23-24.

[14] Ivi, il comandante della Guardia nazionale di Caserta al prefetto della provincia, 13 marzo 1862.

[15] ASC, Pref.,  Gab., b. 8, fs. 16, il sindaco di Parete al prefetto della provincia, 7 marzo 1862. (Si cita sempre secondo la vecchia collocazione). Un cartello simile fu trovato anche ad Orta e dal delegato di P.S. di Aversa  fu trasmesso al prefetto della provincia, 3 marzo 1862, ivi.

[16] Ivi, il comandante della Guardia nazionale di Caserta, De Franciscis al prefetto della provincia, 3 maggio 1862.

[17] Ivi, il delegato di P. S. di Aversa al prefetto della provincia, 12 marzo 1862.

[18] Ivi, corrispondenza che reca la data del 17 maggio 1862.

[19] Ovviamente, oltre ai giornali, nei Seminari giungeva anche corrispondenza “sediziosa”. Circa un proclama inviato al prefetto del Seminario di Aversa, si veda ASC, Alta Polizia, II inventario, fascio 47, fascicolo 6876, il delegato di P.S. di Aversa al prefetto della provincia, 7 giugno 1862.

mauro nemesio rossi

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