Crea sito

Il sindacato e la crisi produttiva del distretto di isola Liri

PRIMI ANNI DELL’ERA FASCISTA  (1922-1927)

di  Olindo Isernia

Isola dei Liri 2.jpg_20093294739_Isola dei Liri 2

 

Nei mesi antecedenti la marcia su Roma, il Circondario di Sora, che era l’unico dell’intera provincia di Terra di Lavoro in cui predominante era la componente socialista e che poteva vantare, concentrata nelle numerose cartiere della Valle del Liri, una notevole presenza operaia, fu attraversato da forti e ripetute tensioni, che rischiavano, prima o poi, di sfociare in gravi disordini.

   Erano in corso, in questo periodo, nelle cartiere massicci scioperi degli operai, alle prese con una crisi del settore, che cominciava ormai ad avvertirsi con sempre maggior durezza, i cui effetti negativi gli industriali della carta cercavano di far ricadere il più possibile sulle spalle dei lavoratori.

La lotta, però, questa volta non sarebbe rimasta circoscritta agli imprenditori ed alla classe lavoratrice, rappresentata dal tradizionale sindacato «rosso», per l’inserimento nella vertenza dei nazionalisti di Paolo Greco e dei fascisti di Aurelio Padovani, tra i quali, come è noto, esisteva un forte dissenso.

Il prefetto dell’epoca già in agosto non aveva mancato di far presente al Ministero dell’Interno l’elevata possibilità che si verificassero disordini anche gravi, sulla base del semplice calcolo che, per poter tener testa all’elemento socialista, costituito da 2500 individui, nazionalisti e fascisti avrebbero avuto bisogno, oltre all’appoggio di quelle locali, del soccorso di numerose altre forze provenienti da fuori.

La prova che la situazione ad Isola Liri fosse davvero esplosiva si ebbe in quello stesso mese di agosto, allorché, prolungandosi lo sciopero degli operai delle cartiere, che aveva finito per coinvolgere un po’ tutte le maestranze, il nazionalista Greco ruppe gli indugi e mosse con due squadre antisciopero, d’intesa con gli industriali[1], contro gli scioperanti, concedendo loro ventiquattro ore di tempo per ritornare al lavoro e minacciando, in caso contrario, di invadere la città ed occupare il Municipio[2]. Fu a questo punto, però, che la folla lo sommerse sotto una prolungata bordata di fischi e prese addirittura ad inseguirlo, costringendolo a rifugiarsi nella cartiera “Questa”, alla quale gli inseguitori inferociti tentarono anche di dare l’assalto, dopo che fu esploso, non si sa da quale delle due parti, un colpo di arma da fuoco, ma ne furono impediti, non senza difficoltà, dalla forza pubblica[3].

Con l’intensificarsi delle violente spedizioni condotte, negli ultimi mesi dell’anno, soprattutto dai nazionalisti, fu vinta la resistenza dei lavoratori delle cartiere, stremati anche dagli scioperi e schiacciati sotto il peso delle serrate padronali, dei crescenti licenziamenti e delle riduzioni dei salari. «Quelle masse – scriveva al prefetto di Caserta il capitano dei RR. CC., Giuseppe Melella, comandante di divisione – sorprese dall’ondata fascista, attaccate da violenti spedizioni nazionaliste, perduto il contatto con i capi e disorientate, nel dicembre ultimo passarono quasi compatte ai sindacati fascisti in odio ai nazionalisti e agli industriali del posto che le avevano combattute, i primi per ragioni politiche, i secondi quali rappresentanti del capitalismo»[4].

Il passaggio era ovviamente avvenuto, tra non poche diffidenze, «nella speranza che il sindacato fascista salvaguardasse i diritti di classe acquisiti e tenesse fronte agli industriali negli immancabili conflitti tra capitale e lavoro»[5].

La superficiale e disimpegnata gestione delle locali problematiche operaie da parte della «direzione dei sindacati fascisti della provincia», impegnata piuttosto a «fare dannose e vane polemiche personali» e completamente dimentica  «di trovarsi di fronte ad un importante centro operaio già sovversivo», al punto da affidare la guida del sindacato di Isola Liri «a tale Ruggieri, d’ignota provenienza e di più ignota fine, che truffò parecchi e decimò la cassa sociale»[6], fece ben presto crollare, nel giro di pochi mesi, la fiducia che nei fascisti erano state costrette a riporre le masse lavoratrici. Disilluse e scontente, a cominciare da quegli operai, che vivevano più drammaticamente la crisi, dopo la chiusura della loro fabbrica, cominciarono allora a rimpiangere «gli antichi sostenitori» e prese a maturare in loro l’orientamento di dar vita alla formazione di un sindacato autonomo, se non addirittura di ritornare nuovamente sotto le bandiere del «sindacato rosso»[7].

 

Tutto questo accadeva proprio mentre la crisi del settore, a partire da maggio 1923, aveva accusato una notevole accelerazione. Per gli stabilimenti di Isola Liri, che attendevano alla fabbricazione ed alla lavorazione della carta era diventato sempre più difficile sostenere la concorrenza estera, soprattutto austriaca e iugoslava, che faceva giungere sui mercati «stok di carta a prezzi inferiori a quelli della produzione nazionale»[8]. A peggiorare ancor più la situazione contribuivano, poi, altri fattori quali «le diminuite commissioni private per la trasformazione ad altri usi e ad altri tipi di quella [carta] estera, che dovrebbe essere destinata esclusivamente a giornali» e le «ritardate» commesse statali, unitamente alle limitate ordinazioni di carta per stampati governativi[9]. Pesanti erano state, di conseguenza, le ricadute sull’attività produttiva. Alcuni stabilimenti avevano cercato di porvi rimedio con il ricorso ai licenziamenti, altri avevano ridotto il periodo lavorativo, limitandolo a tre o quattro giorni la settimana, qualche altro aveva addirittura chiuso i battenti. In qualche caso, come riferiva il prefetto nella sua citata relazione, attraverso un paziente lavoro di intermediazione svolta dalle autorità, era stato possibile ottenere da alcuni industriali la sospensione dei licenziamenti, facendo ricorso a «turni di lavoro» tra gli operai già destinati al licenziamento e quelli che ancora conservavano il posto di lavoro, al fine di smorzare la tensione e riportare un po’ di calma negli animi inaspriti dei lavoratori.

Al prefetto non sfuggivano i rischi di un ulteriore acutizzarsi della situazione e le gravi conseguenze, che sarebbero potute derivare all’ordine pubblico. Scriveva, infatti: «La larga manodopera che viene normalmente impiegata resta in parte disoccupata e tale disoccupazione e limitazione di lavoro mantiene depresso lo spirito pubblico e potrebbe portare a qualche perturbamento pei mutevoli effetti che derivano alla popolazione operaia nella quale malumore, diffidenza, risentimenti, sfiducia, congiuntamente agendo, creano uno stato d’animo che a lungo andare potrebbe assumere forma violenta o ostile»[10].

Ad essere colpite maggiormente dalla crisi erano le fabbriche maggiori, come le “Cartiere Meridionali”, la “Questa”, la “G. Mancini”, che occupavano, perciò, il maggior numero di addetti. Di esse, in condizioni particolarmente gravi versava lo stabilimento “G. B. De Caria”, in frazione Carnello, che, sempre secondo quanto riferiva il prefetto, era ormai «chiuso da più di 15 giorni per dissesti finanziari  ed i proprietari della ditta avevano anche «denunziato la scadenza pel 28 corrente, del contratto di lavoro esistente tra industriali e lavoratori». I 700 operai, che lavoravano nella predetta fabbrica, si erano così ritrovati di colpo senza lavoro, che costituiva l’unica fonte di reddito per se stessi e per le loro famiglie. Si trattava di un cospicuo nucleo di operai, che dalle organizzazioni sindacali socialiste erano passati in massa a quelle fasciste alle quali chiedevano di essere aiutati e sorretti nelle loro lotte, che, teneva a sottolineare l’alto funzionario, erano originate da «ragioni finora del tutto economiche»[11].

. Tuttavia, non era da escludere, in un prossimo futuro, un loro rientro nel vecchio sindacato. Del resto, stando al rapporto del prefetto era proprio in questo agguerrito gruppo di operai, che andava sempre più facendosi strada il proposito, cui si è accennato in precedenza, di dar vita alla formazione di un sindacato autonomo o, in alternativa, di ritornare ad iscriversi nei sindacati socialisti, eventualità, quest’ultima, che, non era da escludere, perché, a suo giudizio, qualora si fossero ritrovati abbandonati a se stessi, avrebbero corso il rischio, con ogni probabilità, di finire nella rete di «una possibile sorda e velenosa campagna sovversiva», posta in essere sia da elementi del posto che provenienti da fuori, provocando, inevitabilmente, con il loro esempio, anche un preoccupante effetto di trascinamento su tutti gli altri

In effetti, l’opera di rifondazione di un sindacato autonomo e socialista ad un tempo andò di lì a poco a buon fine per iniziativa di una nota figura del socialismo lirinate, Vincenzo Giovannone, già in passato sindaco di Isola Liri. Vi confluirono parecchie centinaia di operai, che vedevano ogni giorno farsi sempre più difficile la loro condizione, stretti com’erano, da un lato, dalla dura strategia adottata dagli industriali, spalleggiati, al solito, dai nazionalisti, e, dall’altro, dalla scarsa tutela, che ad essi garantiva il sindacato fascista, tenuto, come si è accennato, in poco conto dai proprietari delle fabbriche, fino a che restò sotto il controllo dei padovaniani[12].

La riorganizzazione di un sindacato, che puntava a difendere i reali interessi dei lavoratori e che perciò si collocava su basi di effettiva contrapposizione alla componente padronale, provocò un ulteriore irrigidimento della strategia degli industriali, che risposero con la riduzione del 30 per cento dei salari degli operai e con il rifiuto di intavolare qualsiasi trattativa con il loro sindacato, anche dopo che esso tentò di «camuffarsi, con scarso successo, da organizzazione indipendente, con fini puramente economici», recidendo i rapporti con il socialismo e lo stesso Giovannone e passando dalla adesione alla CGL a quella alla “Federazione operai cartai”, che, però, della CGL era una filiazione[13].

Allo scopo di contrastare la decisione degli industriali, seguì, allora, su impulso del sindacato autonomo una larga mobilitazione degli operai, alla quale, a mano a mano, aderirono anche numerosi iscritti al sindacato fascista.  La linea suggerita dal sindacato autonomo si basava sostanzialmente su due punti: netto rifiuto della pretesa padronale di diminuire di quasi un terzo i salari e la richiesta della corresponsione di un anticipo sulle paghe, la cui entità si sarebbe successivamente stabilito. Un atteggiamento più morbido ebbe a consigliare invece il sindacato fascista, che spinse perché i lavoratori accettassero gli importi ridotti dei salari, in cambio della promessa di un suo intervento per la definizione dell’intera vicenda.

Di fronte al loro rifiuto, i fascisti decisero allora di tirarsi fuori e fu disdetta la riunione alla quale avrebbe dovuto partecipare il segretario provinciale Quintavalle, nel tentativo di trovare un accordo su una riduzione in percentuale più bassa dei salari. Appena, però, gli operai iscritti al sindacato fascista iniziarono ad uscirne per transitare in quello “autonomo” e continuare la lotta, lo stesso Quintavalle si affrettò, inutilmente però, a recuperare di nuovo la loro adesione con la promessa di assisterli adeguatamente nella vertenza in atto e lasciando intendere che unico obiettivo sarebbe stato quello di ottenere che la controparte si fosse limitata soltanto ad una leggera riduzione dei salari[14].

Ma troppo cresciuta era la diffidenza degli operai nei riguardi dei fascisti, perché potessero prendere seriamente in considerazione l’obiettivo di lotta prospettato dal loro sindacato, anche se esso, considerato per se stesso, poteva anche essere allettante, in presenza di una crisi di cui non si intravedevano sbocchi. Agli inizi del mese di novembre di quell’anno, il sindaco di Isola Liri[15] descriveva in termini drammatici, al prefetto di Caserta, la situazione in cui si dibatteva la locale classe operaia, che l’incombente stagione invernale, con i suoi rigori avrebbe contribuito a rendere ancora più dura e difficile. Per i lavoratori già colpiti dai licenziamenti o sul punto di esserlo non esistevano alternative all’occupazione perduta per la totale «mancanza di qualsiasi genere di lavoro». Con la fine dell’estate era, infatti, venuta anche meno la possibilità di «trovar lavoro nelle campagne», che aveva fatto sì che «la massa disoccupata sopportasse con rassegnazione i disagi». Da tempo era poi cessata l’erogazione dei sussidi di disoccupazione, di cui avevano beneficiato per un certo periodo 400 lavoratori, tutti di Isola, ed, inoltre, in seguito alla serrata della “Società Cartiere Meridionali” altri cento operai si erano di recente aggiunti ai senza lavoro. Né passi innanzi si erano registrati fino a quel momento nelle trattative intercorse con il Governo, per trovare una soluzione alla situazione debitoria della “De Caria”[16], che, scriveva il sindaco, se soltanto le fosse concessa, come aveva richiesto, «la rateizzazione di un suo debito verso lo Stato», avrebbe potuto «mettere in movimento una parte dello Stabilimento». In tutta questa situazione si registrava, infine, un primo inizio di movimento migratorio, avendo un centinaio di operai «raggiunto l’estero».

 

Dopo che il sindacato fascista ebbe ripiegato nuovamente su posizioni di calcolato disimpegno, lo scontro tra gli operai, sostenuti dalla debole organizzazione sindacale, che li rappresentava, e il ceto padronale, intenzionato, anche perché forte del sostegno del governo, a non concedere il benché minimo margine di mediazione, si rivelò ben presto insostenibile per le masse lavoratrici, che andarono, a poco a poco, perdendo di coesione.  Ad assestare  il decisivo formidabile colpo alla compattezza dello schieramento operaio, già fiaccato dalla lunga lotta e priva di risorse, fu indubbiamente la prolungata e generalizzata serrata alla quale ricorsero gli industriali. Gradualmente, malgrado gli appelli del sindacato “autonomo” a tenere duro, il fronte operaio si disunì e cominciò irrimediabilmente a sgretolarsi. Successe così che alcune fabbriche poterono riprendere senza indugio la produzione, dopo che, spontaneamente, i loro operai si presentarono per riprendere il lavoro, dichiarando la loro disponibilità ad accettare la riduzione delle paghe nella misura fissata dalla proprietà[17].

Il sindacato fascista che, nell’intera vicenda, aveva svolto nei riguardi degli operai un ruolo per lo meno ambiguo, orientato, com’era, a favorire sostanzialmente gli interessi degli industriali, decideva nuovamente di intervenire per giungere ad una definitiva normalizzazione. Sfruttando le condizioni di inferiorità in cui erano finiti gli operai, che non ancora avevano desistito dalla lotta, proponeva loro di accettare le condizioni imposte dai cartai, con la promessa, in cambio, della revoca della serrata e della riassunzione di tutti i lavoratori licenziati.

Questo che, all’apparenza, poteva sembrare un accordo di compromesso, si rivelò ben presto, nella realtà, una resa incondizionata, che poneva fine, una volta per sempre, nel primo mese del nuovo anno, alle lotte operaie. Nel successivo mese di febbraio, quando era ripreso il lavoro nelle fabbriche e la situazione era ritornata normale, gli industriali procedettero d’imperio alla decurtazione del 60 per cento dei salari dei lavoratori, mentre solo  una parte di quanti erano stati licenziati furono riassunti. Gli unici risultati, che il sindacato fascista riuscì ad ottenere, furono un piccolo aumento agli operai tornati in servizio ed il pagamento di un altrettanto piccolo indennizzo a coloro, che non riebbero più il loro posto in fabbrica[18].

Se può affermarsi che, dopo l’esito negativo della vertenza operaia di Isola Liri, socialismo e movimento operaio scomparvero dalla scena politica e sindacale del Lirinate, la stessa cosa non può dirsi della crisi economica, che ormai da diversi anni aveva investito l’intera zona e colpito le sue industrie manifatturiere più importanti.

Le informazioni trasmesse su Isola Liri, nell’ambito di un’inchiesta sulle condizioni industriali e occupazionali delle province del Regno, promossa, nel gennaio 1927, dal Ministero dell’Interno, descrivevano, a distanza di tre anni, una situazione assai poco diversa, se non peggiore, da quella esistente negli anni precedenti. Nel rapporto che la riguardava, si parlava, infatti, di «crescente crisi dell’industria cartaria, provocata dalle diminuite richieste del prodotto»; della previsione, in un futuro non lontano, di «una notevole diminuzione» della produzione, che, per il momento, si manteneva «pressoché invariata per la scorta già esistente di materia prima»; dell’inevitabile grave ripercussione, che si sarebbe avuta sulla classe operaia, qualora si fosse data attuazione alla decisione degli industriali di «attuare la riduzione settimanale di una o due giornate», che era un provvedimento ancora più dannoso di una riduzione del salario, che «la massa operaia […] non potrebbe sopportare […] senza sacrificio più o meno grande». Soltanto al termine del rapporto, forse per la scarsa fiducia nella sua praticabilità, si accennava alla possibilità che «con qualche sacrificio degli industriali» sarebbe stato possibile evitare di peggiorare ulteriormente le già difficili condizioni di vita dei lavoratori, in considerazione che «i salari rispettivamente al costo della carta sono piuttosto bassi, di giustaché anche addivenendo ad una diminuzione del costo del prodotto, essa potrebbe consentire di mantenere la totalità o quasi degli operai»[19].

 

 

Note


[1] I padroni delle cartiere avevano individuato nei nazionalisti e non nei fascisti i loro interlocutori principali. La preferenza loro accordata si spiega con il fatto che erano più malleabili, non condizionati da rigidità ideologiche e pronti, perciò, ad accondiscendere in tutto e per tutto ai voleri dei cartai, diversamente dai fascisti intransigenti di Padovani, che, seppure disposti a prendere in linea principale le parti degli interessi degli industriali, non trascuravano contemporaneamente, almeno in parte, quelli che erano gli interessi e le ragioni dei lavoratori. Cfr. in proposito, M. Bernabei, Fascismo e Nazionalismo in Terra di Lavoro, in Fascismo e Nazionalismo in Campania (1919-1925), Roma 1975, p. 53.

[2] Ivi,  p. 54.

[3] Ibidem.

[4] Archivio di Stato di Caserta (ASC), Prefettura, Gabinetto (Pref. Gab.), busta (b.) 33, fascicolo (fs.) 360, rapporto del 6 giugno 1923. Va anche detto che, dopo la marcia su Roma, i fascisti avevano costituito un sindacato operaio ad Isola Liri, al quale, scrive il Bernabei, «i padroni delle cartiere, pur costretti fino ad allora a trattare con i “sindacati rossi”, rifiutarono ogni concessione» (M. Bernabei, Fascismo e nazionalismo, cit., pp. 54-55). D’altro canto il legame tra nazionalisti e proprietari delle cartiere si era progressivamente rafforzato in seguito alla loro adesione «in prima persona al partito nazionalista», diventando così questi ultimi «parte in causa dello scontro tra “camicie azzurre” e “camicie nere”, che si era fatto particolarmente acceso in questo periodo nell’intera provincia.

[5] Il capitano dei RR. CC. al prefetto di Caserta, cit.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] ASC, Pref. Gab., b. 33, fs. 360, relazione del prefetto al presidente del Consiglio, 24 giugno 1923.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem. La parte in corsivo è cancellata nella minuta, per cui è da ritenersi che, volendo un poco attenuare le sue affermazioni, non sia stata poi ricopiata nelle relazione da lui inviata a Roma.

[11]«[…] allora – concludeva il suo ragionamento il prefetto – un’imponente massa operaia andrebbe perduta», pur trattandosi di gente «di buona e cedevole indole» (ibidem).

[12] Venuto a soluzione, nel maggio 1923, il dissidio tra Greco e Padovani, che, sconfitto, scomparve dalla scena politica, mentre i nazionalisti facevano trionfalmente il loro ingresso, senza distinzioni, negli organismi e nelle sezioni del  partito fascista di Terra di Lavoro, a distanza di alcuni mesi anche il sindacato finì sotto il controllo di Greco, con l’allontanamento, nell’autunno, del segretario provinciale, il padovaniano Ricciardi, e la sua sostituzione con Quintavalle.

[13] M. Bernabei, Fascismo e Nazionalismo, cit, p. 96.

[14] Ivi, pp. 96-97.

[15] ASC, Pref. Gab., b.  33,  fs.  360,  rapporto in data 8 novembre 1923.

[16] Ivi. Dal più volte citato rapporto del prefetto di Caserta al capo del governo nel giugno 1923, emergono i tentativi da lui compiuti, fin dal maggio 1923, per sollecitare un intervento del governo al fine di trovare una soluzione alla crisi della “De Caria”. «Il 21 scorso si ebbe anche in Roma – scriveva al Ministero dell’Interno – nella sede della Ditta De Caria, in via Trittone, una riunione dei creditori della Ditta stessa e pregai da parte mia l’On. Ministro dell’Interno di voler spiegare, per sottrarre alla fame le numerose famiglie di detti operai, una possibile opera efficace presso i maggiori creditori residenti in Roma. […] Ma l’On. Ministro, con telegramma del 21 detto, mi rispondeva di non aver modo per intervenire nella vertenza, invitandomi a predisporre soltanto il servizio di tutela dell’ordine pubblico». Quando, poi,  filtrò la notizia che si sarebbe potuto addivenire ad un concordato tra i creditori e la  “De Caria”, si era anche affrettato a scrivere all’Intendenza di Finanza, facendo presente che una simile soluzione favorevole alla Cartiera poteva essere intralciata, qualora da parte degli uffici finanziari «si volesse insistere nel pagamento di rate già scadute dei sopraprofitti di guerra, che la Ditta intende pagare, ma con un certo respiro» (Ivi, lettera del 28 giugno 1923).

[17] M. Bernabei, Fascismo e Nazionalismo, cit., p. 98.

[18] Ivi, p. 99.

[19] ASC, Questura, b. 238, fs, 379, il commissario aggiunto di P. S. di Isola Liri al questore di Caserta 17 gennaio 1927. Per la situazione esistente in quel periodo nell’intera provincia di Terra di Lavoro, che era stata soppressa, tra l’altro, soltanto da qualche settimana, cfr. O. Isernia, Industria ed occupazione operaia al momento della soppressione della provincia di Terra di Lavoro (gennaio 1927), in «Osservatorio Casertano», a. XXV, n. 170, pp. 3-4.

mauro nemesio rossi

Subscribe to our e-mail newsletter to receive updates.