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Il fatalismo dei produttori della canapa distruggerà la coltivazione

DISTRUGGERA “L’ORO VERDE” IL FATALISMO DEI PRODUTTORI

di Federico Scialla 

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La coltivazione della canapa, che prima del secondo conflitto mondiale ha rappresentato il fulcro dell’economia agricola di Terra di Lavoro e di gran parte della Campania, rischia di scomparire del tutto e forse per sempre.
L’aspetto più grave di tale fenomeno è costituito dal « fatalismo », certamente riprovevole che pervade oggi l’ambiente dei produttori.
Nell’annata corrente, infatti, gli investimenti non superano i quattromila ettari e segnano una riduzione di circa il 50 per cento in confronto del 1966.
Il nuovo repentino tracollo conferma l’aggravarsi delle principali cause che sono all’origine del fenomeno e, cioè, la lenta introduzione delle nuove tecniche colturali e la mancata realizzazione degli impianti di macero-stigliatura industriali.
Senza dire che l’elevato costo di produzione raramente è compensato dal ricavo della vendita del prodotto grezzo.
Eppure l’importanza della fibra di canapa, non a torto definita in un recente passato, « l’oro verde » della provincia di Caserta, è ancora oggi universalmente riconosciuta.
Basterà, a tale proposito, ricordare il parere espresso in tal senso dal Prof. Stanislao Pitaro in una recente riunione di esperti indetta per un esame del problema che tanto da vicino interessa gli agricoltori dei comuni di più antica tradizione canapicola: Aversa, Marcianise, S. Maria Capua Vetere, S. Tammaro, Portico, Macerata Campania, Succivo, Orta, Frattamaggiore, Caivano, eccetera.
E sono proprio gli esperti in materia a ritenere ancora possibile l’attuazione di un piano per una concreta difesa della canapicoltura.
Occorrerebbe innanzituto rendere economica la coltivazione, attuando anche una politica di mercato che assicuri il colloca-mento della fibra presso le industrie nazionali ed estere, nel-l’ambito dei Paesi aderenti al Mercato Comune Europeo.
Un’azione tendente ad ottenere, appunto, il salvataggio in extremis della coltivazione della canapa, hanno intrapreso in questi giorni i dipendenti del Consorzio Canapa.
Si spera, in particolare, che il Ministero dell’Agricoltura autorizzi la costruzione in provincia di Caserta di un primo impianto di macero-stigliatura industriale su progetto già presentato per l’approvazione. Risulta, d’altro canto, che della difesa della canapa si occuperà anche il Comitato Regionale per la Programmazione Economica della Campania.
È lecito, quindi, sperare ancora in una ripresa di quella fibra che per tanto tempo è stata l’orgoglio della regione campana.

* * *

Inquadrato così il problema nelle grandi linee passiamo subito ad esaminare nel dettaglio i motivi che hanno determinato la gravissima situazione attuale.
Non sarà inopportuno premettere brevemente che fino allo scorso anno la canapa, con una produzione annua media di fibra macerata intorno ai 150 mila quintali, nelle province di Napoli e Caserta, ha rappresentato ancora la coltura di più largo interesse tra quelle erbacee e, a questo riguardo, basta pensare che in termini economici il valore di tale produzione è all’incirca di 5 miliardi di lire per comprendere come l’importanza di questa coltura è tutt’ora preminente rispetto alle altre ed è superata, forse, solamente da quella del grano.
Si potrebbe pensare che il declino della canapicoltura sia una conseguenza del diminuito consumo della fibra di canapa. In effetti, le cose non stanno precisamente così.
È facilmente dimostrabile, infatti, che nell’ultimo decennio non solo la produzione mondiale di canapa non ha subito variazioni di rilievo, mantenendosi su livelli pressoché stabili, ma che anche il consumo mondiale di questa fibra è stato pratica-mente costante.
La canapa, quindi, trova ancora largo impiego e, in certi casi, si dimostra addirittura insostituibile malgrado la crescente azione concorrenziale di fibre più economiche, sia plastiche che vegetali provenienti, queste ultime, da Paesi notoriamente sottosviluppati.
Per quanto riguarda l’Italia, poi, il fenomeno del progressivo regresso colturale assume toni e proporzioni sempre più allarmanti, non tanto in considerazione di un passato ben vivo nella nostra memoria (passato che vide l’Italia all’avanguardia mondiale in questo settore, specie per le caratteristiche di pregio assolute della nostra fibra), quanto per la constatazione che in campo nazionale alla riduzione degli investimenti non ha corrisposto, parallelamente, una riduzione dei consumi da parte dell’industria canapiera. Infatti, i settori industriali interessati, negli ultimi anni, si sono largamente approvvigionati di materia prima dall’estero (in massima parte dalla Jugoslavia) importando forti quantitativi di fibra grezza sia di canapa che di lino.
Quali sono allora i motivi che impediscono alla nostra canapa di trovare collocamento sul mercato interno prima ancora che su quello estero e, segnatamente, nell’ambito dei Paesi associati al M.E.C.?
Le statistiche indicano che i consumi nazionali di canapa e di lino sono dell’ordine di circa trecentomila quintali annui e che quelli di lino sono fortemente aumentati in conseguenza della scarsa disponibilità di canapa nazionale. D’altra parte si sa che l’utilizzazione del lino in sostituzione della canapa è un ripiego e che, pertanto, la nostra industria sarebbe sempre in grado di assorbire l’intera produzione di canapa nazionale fino al limite di almeno 150/200 mila quintali di fibra grezza.
Ciononostante, come abbiamo accennato, la realtà è ben diversa e i motivi di preoccupazione aumentano perché la crisi della canapicoltura non è più l’aspetto di una situazione congiunturale sfavorevole, più o meno superabile, ma è, piuttosto, la conseguenza della caotica politica del governo di centrosinistra che, a nostro avviso, non si rende conto delle reali esigenze dell’agricoltura e che, nel caso specifico, ha deluso le aspettative dei canapicoltori che si attendevano concrete iniziative sul piano tecnico, di larga portata sociale, in grado di risolvere definitiva-mente, dalla base, il grave problema.
Solo timide voci si sono levate in difesa della canapicoltura morente. Per ciò che riguarda la nostra Regione, si può dire sia mancata la volontà di affrontare la grave situazione con decisione e con autorità, sia da parte delle organizzazioni agri-cole quanto da parte dei parlamentari che non hanno minima-mente fatto sentire la voce delle migliaia di agricoltori che ancora oggi si dedicano con encomiabile sacrificio a questa coltivazione.
Eppure sono anni che il settore è in crisi e che s’invoca l’intervento dello Stato per dare alla canapicoltura un volto nuovo, più moderno e meno tradizionalistico; sono anni che invano si cerca d’introdurre nella coltivazione una tecnica innovatrice basata sul sistema della macero-stigliatura industriale.
La canapa, come abbiamo innanzi accennato, è una coltura antieconomica. Maggiori ostacoli alla sua ripresa sono: l’onerosità dei costi di produzione, l’indisponibilità di una adeguata mano d’opera (specie per le gravose operazioni di macerazione e di stigliatura della bacchetta), la « invasione » delle fibre plastiche e, infine, la concorrenza di altre fibre naturali di minor pregio e costo.
Così stando le cose, esistono allo stato attuale concrete possibilità di ripresa di questa coltura che, in definitiva, ancora tanto interesse riscuote negli ambienti agricoli nazionali come provano anche le recenti iniziative intraprese in Emilia?
Riteniamo di sì e pensiamo che il problema sia di scottante attualità, vuoi alla luce delle possibilità d’impiego che ancora ha la nostra fibra in campo tessile e vuoi per le nuove prospettive che recentemente si sono profilate per l’utilizzazione degli stigliati verdi di canapa nel campo dell’industria della carta.

« Roma », 18 giugno 1967

mauro nemesio rossi

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