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Gli anni di Pratolini nel riformatorio di Santa Maria C.V.

Come capitò Petrolini nel riformatorio di S.Maria

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

petrolini

Ettore Petrolini, nato a Roma nel 1886, fu attore di teatro, di cinema e di varietà ed autore drammatico. Esordì in sale d’infimo ordine come macchiettista, ma presto raggiunse la celebrità durante una tournèe in America nel 1907 e confermò il suo straordinario talento, sia in spettacoli di varietà, sia nell’interpretazione di commedie, proprie ed altrui. Fu una personalità originalissima e caustica, nella quale la vena popolare e romanesca coesisteva con una cultura d’autodidatta, ha fatto ricordare, per taluni versi, tra l’altro, il fondatore del teatro comico latino Plauto e la fantasiosa e gustosa commedia dell’arte. Ancor più nelle commedie, il suo estro dissacratore rifulse negli atti unici “I salamini” e “Più stupidi di così si muore”. Impietoso demolitore e canzonatore di falsi altisonanti miti, di stolti pregiudizi e di banali ed idioti luoghi comuni, creò maschere satiriche, come “Gastone”, famosa parodia del viveur pseudo-dannunziano, ed evocò in chiave grottesca famosi personaggi tragici (“Amleto”), tiranni (“Nerone”), maghi (“Faust”). Legato ad esperienze del suo tempo, come il futurismo, egli anticipò movimenti d’avanguardia, come la letteratura dell’assurdo. Acquistò fama internazionale, quando fu invitato a recitare a Parigi “Il medico per forza” di J.B.Molière. Stampò anche arguti volumi autobiografici: “Modestia a parte” (1932), “Un po’ per celia e un po’ per non morire” (1936). Nel 1913 e nel 1920 aveva partecipato a due film muti, poi riprese l’attività cinematografica in tre film sonori, testimonianza preziosa del suo modo di recitare (“Cortile” 1930, “Medico per forza” 1931 e “Nerone” 1930), un segmento significativo che comprendeva una raccolta delle più tipiche macchiette di Petrolini. Morì nella città natia nel 1936.

Negli scritti vari di teatro raccolti da G.Antonucci (Petrolini e il teatro, Roma 1993), il grande macchiettista degli anni Venti e Trenta racconta che una sera, durante le recite al teatro comunale di Alessandria, trovò un signore dall’apparenza timida. “Fatte le presentazioni, mi disse: ‘Pensi che strano caso, al riformatorio di Bosco Marengo, di cui sono direttore, nell’archivio ho trovato un suo omonimo.’ ‘Lasci andare, risposi, l’omonimo sono io e raccontai la mia lontana disavventura. Avevo tredici anni, un quasi amico, certo Attilio Laurentini, s’impadronì di un bastone per fare il nobile gioco della nizza. Subito lo rimproverai e lo invitai a restituire il bastone. Ci attaccammo l’un l’altro, giù botte; il bastone finì su un albero, quello cominciò a strillare come un indemoniato. Per evitare guai, salii sull’albero per prendere il bastone, ma cadendo dall’albero andò a finire proprio sulla testa di Attilio. Urli, sangue, la gente si radunò, Attilio finì all’ospedale, io me la diedi a perdifiato. L’indomani le guardie vennero a casa ed io finii a Bosco Marengo, in attesa di giudizio. Riconosciuto innocente, stavo per essere rimesso in libertà, ma nel frattempo mi ero reso reo di altri delitti. Il direttore mortificato m’invitò a visitare il riformatorio di Bosco Marengo.

Ci andai e il direttore gli chiese di scrivergli una lettera con le sue impressioni. La lettera lunga e gradevole contiene tanti particolari su quei giorni trascorsi venticinque anni fa, la cella, il lavoro di sarto, una recita che fu un successo, applausi, risate, clamore e rumore incredibile…mi trovai responsabile di una rivolta e per il suo stupore di nuovo nella cella, un mese di riformatorio, dieci giorni a pane ed acqua.

Dopo una settimana io e due compagni fummo chiamati dal direttore che, dopo una paternale, disse che la mattina saremmo partiti per S.Maria Capua Vetere, riformatorio regolare. Qui, infatti, fummo ricevuti con quella indifferenza che, se non altro, allontana la paura. Arrivammo alle dodici, al refettorio cominciarono le domande: che cosa hai fatto? Da dove vieni? Hai una cicca? Vedi quel superiore? Dà i nocchini in testa, ma non fa rapporti…Infatti quel superiore era veramente buono: mi si avvicinò e mi diede uno scalpellotto, che mi fece l’effetto di un’amorevole carezza. Era un romagnolo, si chiamava Mantovani. Mi domandò: che mestiere fai? Risposi che non avevo avuto il tempo di imparare nulla e chiesi di lavorare in tipografia, fui esaudito. Il pomeriggio di quello stesso giorno ero a tirare i fogli stampati, bollette del dazio, dalla macchina. Dopo un paio di giorni, il direttore mi chiamò e disse: ‘Te la sai cavata con poco.’ Con mia meraviglia, aggiunse che la mattina dopo sarei stato libero. Avrebbe preparato il foglio di via per tornare a Roma e mi congedò con la raccomandazione: ‘Bada di aver giudizio!’ Finisce qui la lettera.

Per quello che ho visto a Bosco Marengo tanti anni dopo, le cose grazie al Cielo e al Regime, sono molto cambiate. Adesso c’è un tribunale per i minori, nei riformatori i ragazzi sono trattati diversamente, quasi familiarmente, inquadrati in formazioni sportive; gli educatori non legano più i ragazzi con la camicia di forza”.

Lo scritto di Petrolini, con tutta probabilità, risale circa al 1925, mentre la sua breve disavventura nei riformatori di Bosco Marengo e di S.Maria Capua Vetere si colloca all’inizio del 1900. Egli certo non avrebbe potuto immaginare che i riformatori sarebbero stati quasi aboliti (come quello di S.Maria, funzionato per un secolo, intitolato al famoso pedagogista positivista Andrea Angiulli) e che tante altre cose, ahimé, sarebbero cambiate!

 

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mauro nemesio rossi

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