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Francesco Daniele lo storiografo di Ferdinando IV nato a San Clemente

Un erudito versatile ed illuminato

di Alberto Perconte Licatese

 

F.Daniele in una tela del Museo Campano F.Daniele in una stampa del 1812Ferdinando IV in un ritratto dell'800 Ferdinando IV in stampa del 1759

 

 

 

 

 

 

Due secoli fa, all’indomani della pubblicazione della silloge numismatica di Francesco Daniele dal titolo “Monete antiche di Capua” (Napoli 1802), giudicata dal critico Armando Lodolini “un’edizione di puro sapere danieliano, elegantissima”, la cui gestazione era risalita ad un periodo assai travagliato non solo per l’intellettualità meridionale, ma anche per i tormenti morali e fisici dell’autore, paradossalmente, grazie alla metodologia, al contenuto, alla completezza, alla documentazione ed alla trattazione, l’opera fu considerata dai dotti del tempo la più valida, pertinente e consone al temperamento, alla preparazione, all’intelligenza ed alla sensibilità umanistica dell’insigne erudito. Il Novantanove assestò, a parte ogni valutazione politica o storica, un gravissimo colpo alla cultura napoletana, sia per l’eliminazione fisica di intellettuali, sia per la mortificazione di uomini ed istituzioni, che erano stati il vanto del secolo dell’erudizione, dell’illuminismo, del diritto, dell’archeologia, delle lettere e delle arti. Eclissatisi il mecenatismo, le associazioni (tra cui la gloriosa Accademia Ercolanese), il fervido attivismo, la solidarietà degli studiosi, l’entusiasmo, l’ottimismo dettato ora dall’utopia, ora dall’effettivo desiderio di migliorare l’uomo, il Mezzogiorno e l’Europa, nel lungo e vario itinerario di Francesco Daniele, si coglie nettamente lo spessore delle risorse intellettive del vero e grande studioso. Immergersi nell’antichità senza dimenticare il presente per lui significò trovare un rimedio alle disgrazie esterne ed interiori, come insegnano Cicerone e Seneca, Dante e Foscolo; egli, privato di cariche ed onori, delle Accademie, degli amici, trovò nel mondo classico il porto tranquillo.

La raccolta numismatica, dedicata al gesuita latinista Vito Giovenazzi, costituisce in materia una pietra miliare per la metodologia seguita dagli antiquari precedenti e, nonostante il taglio descrittivo ed erudito, apprezzata dagli archeologi Gaetano Marini, Stefano Borgia e Francesco M.Avellino, nonostante i limiti e le riserve, sembra un tentativo, riuscito ed esemplare, proteso a contemperare l’istanza illuministica con lo spirito della tradizione, sulla scia di Giambattista Vico, che raccomandava di “seguire il proprio giudizio, ma con riguardo all’antichità”. In quella parentesi frustrante per Daniele, l’opera fu una pietra miliare della storia della numismatica, avviatasi ormai a diventare una scienza autonoma, grazie al profondo antiquario casertano.

Da allora, infatti, si ricorse ai criteri comparativo (G.I.Eckel), storiografico (Th. Mommsen), cronologico (E.Babelon) ed, infine, alle attuali tecniche di laboratorio (G.C.Haines, H.Mattingly e J.Babelon), che consentono di valutare metallo, zecca, topografia, cronologia. La ripresa culturale, per Napoli e per Daniele, fu dovuta a Domenico Caracciolo, coraggioso ed oculato mecenate, che ai primi giorni del governo di Giuseppe Bonaparte (1806) richiamò il tenace erudito, reintegrandolo nelle prestigiose cariche (ufficiale di segreteria e storiografo del regno) e gli assegnò un vitalizio. Riaperta l’Ercolanese col titolo di Accademia di storia e di antichità, Daniele nel 1807 fu nominato segretario perpetuo, bibliotecario del re e direttore della stamperia reale. Poco dopo, pubblicò le lettere e poesie di Telesio (“A.Thylesii carmina et epistulae”, Neapoli 1808). Nel 1811 attese agli ultimi lavori, la pubblicazione della “Flora napolitana” del celebre botanico Michele Tenore e la seconda edizione delle “Forche Caudine”, dedicata a Gioacchino Murat. Morì il 14 novembre 1812 a S.Clemente e fu seppellito nella chiesa di Centurano, dove trovasi il monumento sepolcrale con iscrizione latina; subito dopo, l’accademico ercolanese collega ed amico Giuseppe Castaldi scrisse la sua biografia.

Nato a S.Clemente l’11 aprile 1740 da una famiglia agiata (il padre Domenico era possidente, la madre Vittoria De Angelis casalinga), Daniele fu avviato agli studi prima da Giuseppe Maddaloni “un prete molto istruito nelle lettere umane”, poi da un vecchio amico di famiglia, Marco Mondo, di Capodrise, latinista, epigrafista e giureconsulto (formatosi alla scuola napoletana del celeberrimo giurista Domenico Auliso), che indusse il padre a mandarlo a Napoli per frequentare le scuole superiori. Qui studiò filosofia, oratoria, giurisprudenza (fu allievo di G.Pasquale Cirillo e G.Aurelio Di Gennaro) e frequentò i dotti del tempo, come Antonio Genovesi, Matteo Egizio, Antonio Fabroni, Gerolamo Tiraboschi, A.Simmaco Mazzocchi. Nel 1762, dopo un viaggio culturale in Calabria, nominato socio dell’Accademia Cosentina, volendo rendere omaggio al principale fondatore del glorioso sodalizio, a Napoli curò l’edizione delle opere di Antonio Telesio (“A.Thylesii consentini opera”) letterato ed umanista insigne, zio del filosofo Bernardino.

Incoraggiato dagli intellettuali compiaciuti per l’accurato lavoro, si dedicò all’edizione delle opere del suo primo maestro (“Opuscoli di M.Mondo”, Napoli 1763). Continuando gli studi filologici, ammiratore di Giambattista Vico sin da quando seguiva le lezioni di retorica nell’Università, raccolse e pubblicò sette orazioni del grande filosofo storicista (J.B.Vici latinae orationes, Neapoli 1764 e 1766).

La prima impressione è di una raccolta messa insieme senza altro criterio ordinatore che quello cronologico né mancarono le critiche, come quelle del letterato e medico riminese Giovanni Bianchi, nel giudizio negativo associando Daniele e Vico, episodio significativo della contrastata fortuna del filosofo napoletano, evidenziato da Fausto Nicolini nella premessa alla “Bibliografia vichiana” (1953). Eppure, il merito di Daniele fu di raccogliere e pubblicare alcuni discorsi di Vico che si sarebbero con probabilità perduti. Conseguita, nel frattempo, la laurea in giurisprudenza (1765), intraprese la carriera forense, nella quale si distinse per perizia e dedizione ma, per la morte del padre, dovette far ritorno a S.Clemente.

Secondo Aldo Tirelli, “la biografia intellettuale del Daniele di quegli anni non è lineare né omogenea; ma essa è tenuta insieme dal leitmotiv che attraverserà la sua vicenda culturale: quell’originaria attitudine a promuovere e a curare la stampa di opere di altrui, con tanta malignità irrisa da Pietro Napoli Signorelli negli eruditi del tempo”. In quel periodo, studiò i classici, la storia, le iscrizioni, preludio per un’opera antiquaria ed erudita sull’ubicazione delle Forche Caudine, per la quale si preoccupò di fare ricognizioni accurate e frequenti, accompagnato da geografi e strateghi. Nel corso del forzato soggiorno nel villaggio natio, per ingannare il tempo, ideò e scrisse opere di minor valore, quando il marchese Domenico Caracciolo, il potente ministro di Ferdinando IV, lo chiamò a Napoli, nominandolo ufficiale della regia segreteria dello stato.

Ideò così, disponendo di una mole ingente di materiale documentario, un’organica raccolta delle leggi federiciane, che nel 1778 gli valse la nomina a “regio istorico”, succedendo in tale carica a G.B.Vico ed al mons. Giuseppe Assemani ed uno stipendio di cinquanta ducati mensili. Così, pubblicò “Le forche caudine” (Napoli 1778), un’opera di stampo classico e condotta con metodologia innovativa, che riscosse il plauso dei dotti dell’epoca e procurò a Daniele altre cariche onorifiche: entrò in varie Accademie (della Crusca, Reale di Londra e di Pietroburgo) ed Emanuele Campolongo, accademico ercolanese, nel 1781 definì Daniele “miraculum eruditionis”. Poco dopo, in occasione di alcuni ritrovamenti occasionali nel duomo di Palermo, pubblicò un’opera dedicata a Federico II (“I regali sepolcri del duomo di Palermo”, Napoli 1784); quindi, curò l’edizione de “Gli amori di Dafni e Cloe di Longo Sofista tradotti da A.Caro” (Parma 1786). Negli anni successivi, dopo la morte del p. Paolo M.Paciaudi, ottenne la nomina di storiografo dell’Ordine Gerosolimitano e, presentato da Nicolò Ignarra al ministro di giustizia march. Carlo De Marco con un rapporto riservato (“persona molto conosciuta a Napoli e fuori, così per le lettere come per la probità e diligenza”), fu cooptato come socio ordinario dell’Accademia Ercolanese e si accingeva a comporre una silloge di antichità di Ercolano e Pompei, quando la Rivoluzione del 1799, alla quale non aderì né dimostrò simpatia, ma nel clima di denunce e sospetti, essendo associato, per motivi di studio e di amicizia, a quegli intellettuali che avevano abbracciato la causa rivoluzionaria.

Egli, così, cadde in disgrazia, perdendo cariche, sussidi e favore della corte borbonica, che così volle punire, sia pur senza colpirlo con provvedimenti giudiziari, ma con una relegazione bianca durata sei anni. Senza scomodare l’accesa antinomia romantica tra eruditi ed illuministi, né la sterile polemica idealistica, che li accomunò nell’incapacità di capire la realtà, né la forte rivalutazione della cultura antiquaria, Daniele si accostò al passato con serenità, rigore, diligenza; eppure, nel suo mondo erudito s’infiltrarono tensioni illuministiche. Dall’appello di Antonio Genovesi, rivolto al ceto intellettuale del tempo “per un uso positivo del sapere” al monito di Francesco De Sanctis, affinché “il ritorno al passato non tragga seco l’abdicazione del presente”, egli, con linearità morale, corposità dottrinaria ed intelligenza “vichiana”, occupa una posizione mediana, cronologica ed intellettuale, di una lunga parabola culturale e storica.

 

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mauro nemesio rossi

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