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C’era una volta l’oro verde della canapa nel casertano

ORO VERDE IN TERRA DI LAVORO: NOSTRA CANAPICOLTURA
Di Federico Scialla

canapa

Le strade che congiungono Napoli a Caserta sono due: una, « nazionale » in tutto il suo tracciato che direttamente porta a Caserta attraverso Caivano, l’altra « nazionale » fin oltre Aversa, porta a Caserta tagliando Marcianise.

Sono due belle strade, larghe e soprattutto ridenti perché attraversano una delle pianure più fertili e ricche della Campania felix. Gli alberi e le culture intorno le rendono fresche; l’occhio riposa e spazia in un mare di verde.

Questo accade per tutto l’anno meno che di agosto, mese in cui, nei pressi dei Regi Lagni, l’odore caratteristico delle vasche di macerazione appesta l’aria intorno per un buon raggio. Allora la bellezza della campagna non avvince più, presi come si è dalla fretta di uscir fuori dalle spire dell’aria male odorante.

Lenti carri in lunghe file trasportano, affastellati fino all’inverosimile, biondi fasci di canapa, dalla campagna alle vasche di macerazione o ai « fusari » e da questi alle aie.

Lunghe, lente file di buoi e di cavalli sovraccarichi, zoccolanti sull’asfalto infuocato, ritornano a signoreggiare le strade e l’autista, allora, si sente l’intruso mal sopportato che deve cedere il passo; deve aspettare. Transita, intrisa di sudore, la ricchezza di Terra di Lavoro: la canapa.

Quanti conoscono la resistente fibra tessile dal largo impiego e dalla laboriosa lavorazione? Quanti ne conoscono l’alto fusto elegante, la verde foglia palmata, il ciuffetto cimale svettante? Quanti sanno la fatica che richiede la canapa, dalla preparazione del terreno alla estirpazione, dall’essiccamento alla macerazione, dalla maciullazione alla spatolatura?

 

L’abbiamo chiamata « ricchezza intrisa di sudore » ed è vero. Forse nessun’altra pianta, almeno qui da noi, richiede tanto lavoro umano quanto la gigante «.cannabis » da tiglio.

Alcuni cenni storici varranno di certo, a rendere più completa la nostra presentazione di questa antichissima pianta tessile. Essa è anzi, ritenuta la più antica.

La sua coltivazione in India ed in Cina si fa risalire a 3000 anni prima di Cristo; è particolarmente citata nell’opera cinese « Shu-King », scritta 500 anni ay. C.

Il nome « canapa » è derivato dal greco kannabis, latino cannabis.

 

La canapa non pare sia stata conosciuta dagli Ebrei e dagli Egiziani, ma è certo che gli Sciti ne facevano largo uso, così come testimonia Erodoto, nel 484 ay. C., il quale attesta che, mentre i Greci la conoscevano appena, gli abitanti della Scizia, adiacente al Mar Caspio, la coltivavano su vaste aree.

È probabile che gli Sciti nelle loro migrazioni (1500 ay. C.) ne importassero la coltivazione in Europa.

Per l’importanza delle droghe medicamentose che fornisce, la canapa, fu oggetto di molte ricerche chimiche. Degli infusi che si possono preparare dagli estratti di erba di canapa e della loro energica azione fa cenno, sia pure brevemente, C. Plinio Secondo nella « Naturalis Historia ».

Fu, invero, una varietà della canapa, e cioè la « Cannabis Indica », ad imporsi nell’uso medico, grazie soprattutto alle esperienze su di essa effettuate per dieci anni di seguito a Calcutta ora è più di un secolo.

Ricordiamo ancora che l’Hachisch, famoso narcotico usato dai tempi lontani, è composto di un miscuglio di Coras (resina), di Canya e Banga (prodotti erbacei di varietà di canapa indica), grassi, tabacco e sostanze zuccherine.

Raffaele Barbieri, nella sua pubblicazione « La ` pre fioritura ‘ della canapa in Campania nell’annata 1952 », dà sulla canapa le seguenti interessanti notizie relative alla classificazione botanica: Seguendo gli aggruppamenti stabiliti da Serebriacova e Sisov la canapa appartiene alla Famiglia delle cannabinacee. La «specie » C. sativa L. viene ritenuta come una specie collettiva o « conspecie » scindibile in due specie: C. sativa (L) Serebr. emend. e C. indica (L) Serebr. emend. La nostra canapa (C. sativa excelsior: canapa comune, canapa gigante, ecc.) è inquadrata per tanto come « C. sativa (L) Serebr. emend., var. italica Serebr. » e la C. sinensis (a cui si riferiva la Pelosella), non più considerata « specie », e ritenuta una varietà della stessa C. sativa: « C. sativa (L) Serebr. emend. var. maritima Serebr. ». Conseguente-mente la Carmagnola, la Bolognese, la Ferrarese, la Paesana cam-pana, ecc. rappresentano tipi o entità culturali della varietà italica; le Peloselle Fatza, Uniah. Hacicoy, rappresentano a loro volta tipi o entità colturali della var. marittima. Entrambe le varietà, la italica e la marittima sono ascritte alla « proles » australis (meridionale) della sottospecie culta.

Alla stessa var. italica va riferita anche quella che impropria-mente dai nostri canapicoltori viene chiamata « ortichina », o « spicarella » o « mazzucchella »: la canapa così detta « orti-china », in altri termini, dal punto di vista filogenetico, non è che una delle tante entità colturali (e non razza o varietà), o meglio non è che una forma « immiserita » della nostra C. sativa, var. italica, resa tale dalle svantaggiose condizioni di coltura e capace di riassumere i caratteri dei tipi giganti se coltivata in adatte condizioni di ambiente, così come hanno dimostrato gli studi condotti circa venticinque anni or sono da Vivoli della Scuola di Portici.

Tipi dunque o entità colturali della var. italica; tipi o entità colturali della var. marittima (Pelosella).

Dal punto di vista morfologico, e soprattutto nell’ambito delle singole varietà, è difficilissima una distinzione tra i tipi che sono compresi nelle varietà medesime. Difficile è quindi distinguere Carmagnolese, Ferrarese, Paesana, Ortichina.

 

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L'oro verde di Terra di Lavoro

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mauro nemesio rossi

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