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Cassino chiede a Mussolini la divisione della Provincia di Terra di Lavoro

mabillon

di Olindo Isernia
Come è noto, il 2 gennaio 1927, il governo presieduto da Mussolini soppresse la provincia di Terra di Lavoro(1). Il drastico provvedimento, che cancellava di colpo una delle più estese province d’Italia, andò al di là di tutte le aspettative, che, al suo interno, da alcuni anni, con sempre maggior forza, erano tornate ad affiorare e che, più semplicemente, confidavano in un naturale ridimensionamento della sua eccessiva estensione territoriale.
Un passo deciso in tal senso era stato compiuto dalla città di Cassino nell’agosto 1923, quando era ormai apparsa chiara a tutti l’intenzione del Governo di porre mano alla revisione della ripartizione amministrativa dello Stato. L’iniziativa era partita, a nome dell’intera cittadinanza, dal Consiglio comunale, che, ai voti espressi, aveva allegato un lungo Memoriale, contente una serie di proposte e di suggerimenti «per un migliore ordinamento della circoscrizione amministrativa di Terra di Lavoro e del Circondario di Sora»(2) . Scopo dello scritto non era, ovviamente, quello di offrire un contributo disinteressato, né, tanto meno, esso intendeva essere una pura e semplice esercitazione accademica; quanto, piuttosto, dimostrare il buon diritto della città di Cassino ad essere designata al ruolo di capoluogo della nuova provincia, che si sarebbe costituita dalla ripartizione in due di quella esistente.
Correttamente, nel Memoriale, la questione specifica che riguardava Terra di Lavoro ed uno dei suoi Circondari era inserita nel più generale discorso di riordinamento circoscrizionale della Nazione, cui, come si legge nell’incipit del documento, la lodevole lungimiranza del Governo aveva rivolto la sua attenzione. «Il Governo Nazionale nello svolgimento della benefica opera di restaurazione ha compreso, con illuminata visione dei reali bisogni della Nazione, il riordinamento delle circoscrizioni amministrative e predisposto provvedimenti intesi a far coincidere le circoscrizioni stesse con gli interessi delle popolazioni». Il Comune di Cassino non poteva che plaudire ai «sani criteri», che ispiravano, «nel campo del nuovo assetto delle giurisdizioni amministrative», le «provvidenze governative», e, nello stesso tempo, sentiva la necessità di sottoporre al benevolo esame del presidente del Consiglio «il voto perché un miglior ordinamento venga dato anche alla Provincia di Caserta, ed in particolare al Circondario di Sora».
Del riordinamento del Circondario di Sora(3), da realizzare nei modi suggeriti dal Consiglio Municipale di Cassino, in questo saggio, non ci occuperemo. Ci limiteremo esclusivamente ad analizzare le «brevi considerazioni» da esso avanzate e sulle quali si richiamava l’attenzione del presidente del Consiglio Mussolini.
Il Memoriale dopo aver fatto presente l’eccessiva estensione, che caratterizzava la provincia di Caserta, attraverso la descrizione dettagliata dei suoi confini e l’indicazione dei dati riguardanti l’estensione della sua superficie, il numero dei suoi abitanti e la densità della popolazione per chilometro quadrato (4), sottolineava l’inconveniente, presente in una circoscrizione così estesa, della considerevole distanza, che intercorreva tra il suo capoluogo ed i numerosi Comuni «estremi», che aveva determinato nelle popolazioni di quei territori l’insorgere di un’aspirazione ormai antica, che durava da trent’anni, di vedere finalmente realizzato il tanto agognato sdoppiamento.
La ripartizione sarebbe dovuta avvenire attraverso l’individuazione di due circoscrizioni ben definite, comprendenti, la prima, con capoluogo Caserta, i Circondari di Caserta, di Nola e parte dei Comuni del Circondario di Piedimonte d’Alife; la seconda, con capoluogo, ovviamente, Cassino, avrebbe dovuto abbracciare i Comuni degli attuali Circondari di Gaeta e di Sora, quelli di qualche Mandamento del circondario di Piedimonte d’Alife, e, nella prospettiva di una loro riassegnazione alla provincia di Terra di Lavoro, anche dei due Mandamenti di Venafro e Castellone, aggregati, in seguito all’avvenuta unificazione, al Molise. L’autocandidatura a capoluogo di Cassino era motivata col fatto di essere una Città che, «per la sua ubicazione, per aggiunte affinità etnografiche, per le facili vie di comunicazione, presenta i migliori requisiti per essere il Centro di comodo accesso, per una vasta plaga, la quale ha tradizioni e vincoli storici connessi allo sviluppo ed alla vita di Cassino». Quanto, poi, al diritto dei territori di Venafro e di Castellone a rientrare nei confini di questa nuova provincia, una volta ritornati a far parte di Terra di Lavoro (5), esso era giustificato con la considerazione che Venafro era «limitrofo a Cassino», distando soltanto ventisei chilometri; e che quello di Castellone era «collegato da dirette e comode vie di accesso» e che, inoltre, esso aveva legami di culto con il Cassinate, perché l’Abate della badia di Montecassino aveva «giurisdizione Vescovile su tutti i Comuni di quel Mandamento».
C’era, infine, un ultimo aspetto. Che consigliava la convenienza, sul piano generale, di una divisione in due dell’antica provincia di Terra di Lavoro ed era la considerazione dei vantaggi, che sarebbero scaturiti dall’adozione di un simile provvedimento. Tale divisione – si legge, infatti, nel Memoriale- soddisfacerebbe ai «giusti criteri di decentramento, riducendo la pletoricità della troppo vaga Provincia di Terra di Lavoro», con conseguenti benefici di speditezza degli affari attraverso la «semplificazione ed [il] miglioramento dei servizi».
Come accennavamo all’inizio, le cose andarono poi assai diversamente da quanto auspicava il comune di Cassino. La provincia di Terra di Lavoro fu dapprima smembrata e poi completamente cancellata come circoscrizione territoriale autonoma(6) . In verità, in seguito a questa operazione fu costituita anche una nuova provincia, di cui entrò a far parte anche Cassino, però non con il ruolo di capoluogo, che fu, invece, appannaggio di Frosinone.«»«»«»

note
(1)Uno degli studi più recenti sulla controversa decisione è quello di M. De Angelis, Una questione storiografica irrisolta: la soppressione della Provincia di Terra di Lavoro nel 1927, in “Annale di storia regionale”, anno 2-2007, pp. 25-59.
(2) È conservato in duplice copia nell’Archivio di Stato di Caserta (ASC), Prefettura (Pref.), Gabinetto (Gab.), busta (b.) 162, fascicolo (fs.) 1690
(3)Esso era subordinato all’eventualità che dal Governo non fosse stata presa in considerazione la richiesta della creazione della nuova provincia e, anche in questo caso, doveva avere lo scopo lo scopo di consentire a Cassino di prendere il posto di Sora, l’antico attuale capoluogo.
(4)I dati riportati nel Memoriale sono: estensione: 5.300 chilometri quadrati; densità, densità: 156,5 abitanti per chilometri quadrati; numero di abitanti: 829.705 (dati riferiti al censimento del 1911).
(5) Negli anni a seguire, sia Venafro che Castellone espressero voti (10 novembre 1866 e 8 ottobre 1869)per essere restituiti alla provincia di loro provenienza, noon sussistendo con la provincia di Campobasso ed il suo capoluogo alcun legame spirituale e vincolo economico-sociale. Voti in tal senso i due Mandamenti avevano formulato anche di recente ed erano stati fatti propri e caldeggiati dallo stesso Consiglio provinciale nella seduta del 23 agosto 1923. «Pertanto – si legge nel Memoriale – il Governo fascista […] compirebbe un atto di alta giustizia riparatrice, reintegrando la Provincia di Terra di Lavoro con la restituzione ad essa dei due Mandamenti arbitrariamente ad essa avulsi e congiunti ad un territorio del quale dopo mezzo secolo di annessione sentono di non esserne parte […]».
(6)Nel piano di riordinamento delle circoscrizioni, quella di Caserta fu l’unica provincia ad essere sorpressa (R. D. L. , n. 1 del 2 gennaio 1927, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 gennaio). Il suo territorio fu suddiviso ed annesso alle province di Benevento, Campobasso, Napoli, Roma e dalla nuova provincia di Frosinone. Dei suoi 191 Comuni, 16 furono assegnati alla provincia di Benevento, 7 a quella di Campobasso, 102 a quella di Napoli, 15 a quella di Roma, mentre i restanti andarono a costituire la provincia di Frosinone.

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mauro nemesio rossi

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