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Bernardo Nardone massimo esponente del socialismo casertano contesta Filippo Turati

 Motivo dello scontro il carattere liberale del governo Zanardelli 1901

Nardone e Turati

Nardone e Turati

La scelta del gruppo parlamentare socialista, guidato dall’on. Filippo Turati, di appoggiare in misura determinante, dopo la caduta del Ministero Saracco (1901), insieme con i radicali, il nuovo governo Zanardelli-Giolitti, incontrò la totale ostilità dei settori intransigenti e rivoluzionari del partito.

Ad aprire «il fuoco contro il nuovo atteggiamento del Gruppo»[1] fu Arturo Labriola, che, «in nome dell’antiministerialismo, invocava in una lettera all’“Avanti” una lunga discussione in merito nel partito»[2].

Negli ambienti socialisti di Terra di Lavoro, la sua richiesta trovò immediata eco. Scriveva “la Luce”, che era l’organo provinciale del partito socialista casertano: «[…] una larga discussione in proposito è necessaria, e noi l’invochiamo con il nostro Labriola». Dal canto suo, il giornale non aveva mancato di stigmatizzare con forza  la scelta compiuta dai deputati socialisti, sottolineando anche come essa fosse in aperto contrasto con la mozione votata all’unanimità al Congresso di Reggio Emilia, nella quale era esplicitamente dichiarato che «in nessun caso la frazione socialista parlamentare avrebbe potuto dare voti favorevoli al ministero». A questo proposito, il gruppo redazionale del giornale aveva esitato ad esprimere con estrema chiarezza il proprio punto di vista su quanto era avvenuto alla Camera: «Per noi, la nostra opinione è la seguente: repubblicani e socialisti non dovrebbero mai accordare la propria fiducia ad un ministero monarchico borghese». Del resto, «il liberalismo dell’attuale ministero» andava riguardato esclusivamente come «un portato delle mutate condizioni politiche del Paese, conseguenza della lunga lotta trionfalmente sostenuta dai partiti popolari», per cui «la reazione non è[ra] più possibile in Italia».

Contribuivano ad accrescere non poco il già forte dissenso verso una simile scelta la sfiducia in un cambiamento ottenuto con il semplice ricambio degli uomini, che nulla innovava nel generale sistema politico, e la persistenza di una situazione locale assai poco incoraggiante. «Noi di Terra di Lavoro – si legge infatti, a conclusione dell’articolo – siamo ancor più esplicitamente contrari all’attuale gabinetto, come ieri fummo contrari al gabinetto Pelloux, perché data la presente forma politica, le persone mutando, non muterebbero le cose, e poi perché in provincia sono abbastanza note le gesta dei giolittiani, non certamente migliori degli altri politicastri»[3].

La forte carica antigiolittiana ed antiriformista che caratterizzava in quegli anni gli ambienti socialisti casertani[4] ebbe modo di manifestarsi di lì a poco ulteriormente in seguito alla pubblicazione su “Critica sociale” di un articolo di Filippo Turati, Il partito socialista e l’attuale momento politico, in cui si proponeva «la piattaforma riformista in connessione diretta con l’indirizzo politico seguito dal nuovo Governo»[5]. A farsi portavoce del radicale dissenso dalle posizioni turatiane fu uno dei suoi più attivi esponenti, l’avvocato Bernardo Nardone[6], che, dalle colonne del locale foglio socialista, “la Luce” entrò in aperta polemica con il deputato socialista, dimostrando quanto diversamente caratterizzata da una condizione di libertà fosse la situazionein cui, dalle sue parti, i socialisti erano costretti ad operare nei loro tentativi di organizzazione del proletariato locale[7].

Rivolgendosi Ai Turati d’Italia, l’avvocato socialista entrava subito in argomento: «Il serafico Turati, seguito dall’ «Avanti!», afferma con grande sicurezza che in Italia oggi – imperante Giolitti, il manipolatore cioè dei pasticci-delitti del 1892[8] v’è Libertà; e solo per questo, in buona fede, egli sostiene che bisogna appoggiare il Ministero liberale (!)». Se tutto ciò fosse vero – continuava il Nardone – ed in Italia esistesse effettivamente libertà, gli effetti benefici si dovrebbero avvertire anche nella provincia di Terra di Lavoro, facendo anch’essa parte del «bel paese», con la conseguenza che «anche in questa sventurata provincia dovrebbe respirarsi liberamente».

Ben diversa era, purtroppo, la realtà: «[…] a me col dovuto rispetto alla opinione di Turati, Bissolati ecc. non pare che godiamo oggi, più di ieri, una qualsiasi libertà in Italia, almeno – volendo dimenticare tanti gravi strappi ad essa in tante parti d’Italia – relativamente alla Provincia di Terra di Lavoro; a meno che della Libertà, Turati a Milano e Bissolati a Roma, non abbiano diverso concetto da quel che ne abbia io», consistendo essa, per loro, nel non avere più un Governo Sonnino, oppure un Ministero Pelloux, oppure «nel fatto che essi, ma forse essi soli, vengano lasciati liberi di viaggiare ed operare a loro bell’agio».

L’ipotesi che la situazione a Milano e a Roma per i socialisti potesse essere differente e che, specialmente nei riguardi dei due massimi esponenti del riformismo socialista nazionale, potesse essere usato un trattamento di maggior riguardo, che li fuorviava nei loro giudizi, non era esclusa dal Nardone. Ma si trattava di una linea di condotta del governo, che non aveva alcun minimo riscontro in una provincia del Sud dell’Italia, qual era Terra di Lavoro: «Io in verità non so se a Milano il Turati, giacché – è bene notarlo – Turati giudica della libertà da Milano, donde quasi mai esce, e a Roma il Bissolati, vengano sorvegliati, molestati dalla P. S., come avviene generalmente a tutti i nostri compagni ed anche ai semplicemente amici in quasi tutti i paesi di Terra di Lavoro; i quali vengono spiati cretinescamente in ogni loro atto».

La tendenza dell’attuale governo ad assumere un differente atteggiamento nei confronti del movimento socialista, a seconda delle zone della penisola, più tollerante in quelle parti d’Italia più sviluppate ed a più elevata presenza operaia e fin troppo autoritario e repressivo nel più arretrato Mezzogiorno, è chiaramente adombrato, sia pure in formula dubitativa, nelle parole del Nardone, lui stesso super pedinato e controllato: «[…] io non so in verità – continuava nelle sue argomentazioni l’esponente politico – se quei nostri autorevoli compagni, quando escono dalle loro città, vengano pedinati, come è accaduto sempre, e, specialmente ora, a me, che non posso muovere un passo, massime quando mi reco nel Circondario di Sora, senza avere alle calcagna diverse spie di  variabile conio; io non so insomma se ad essi sia avvenuta mai – parlo del periodo degli amori ministeriali – che in qualunque paese, come a me proprio in questi giorni, ad Isola Liri, a Sora, ad Arpino, siano stati preceduti e seguiti da un inutile per quanto buffo apparato di forze scaglionate sui diversi punti – con alla testa un misero delegato – ed alla coda la servetta di un imbecille di Sottoprefetto dalla faccia di bronzo, se non dalla barba di rame, quasi si andasse alla caccia dei famosi Chiavone e Musolino»[9]. Ed, ancora, non senza un pizzico di amara ironia, aggiungeva: «io non so infine se i miei egregi compagni tutto ciò lo ritengano come la maggiore esplicazione della vantata libertà, che impone al  liberale Giolitti di offrire, a spese dell’Erario, in cambio dell’appoggio al Ministero, la dovuta scorta d’onore a ciascun socialista, un tempo ritenuto pericoloso, ma oggi elemento prezioso, indispensabile alla vita della libertà, pardon … del Ministero!!».

L’asfissiante controllo ed il pedinamento costante non erano, però, a giudizio del Nardone, soltanto ridicoli e buffi, ma anche indecenti e dannosi, in quanto «lo scopo vero di tanto zelo è appunto quello di additarvi alle popolazioni ignoranti come pericoloso e sorvegliato», alla stregua sostanzialmente di un delinquente comune, così da «togliervi […] gli affari, e farvi capitolare per fame». E tutto questo, proseguiva spietatamente ad affondare i suoi colpi il Nardone, con l’attenuazione della più volte ripetuta forma dubitativa («Io non so se…»), senza che «i Turati d’Italia […] abbiano sentito mai, o sentano partire dalla loro anima, una volta fiera e ribelle, una protesta qualsiasi, e, senza ritenersi impulsivi, abbiano fatto sentire, ove di diritto, la loro voce».

Qualora poi anch’essi avessero dovuto sopportare o ancora sopportassero un simile trattamento e continuassero a sciogliere inni alle libertà giolittiane, si dovrebbe  malinconicamente concludere che «ormai in Italia è perduto per i maggiori del nostro partito ogni senso di libertà». Ed in proposito a nulla serviva opporre a giustificazione i soliti argomenti, che l’avvocato socialista confutava in pochi righi, vale a dire che dal nuovo governo era concessa ai socialisti la libertà di organizzare gli operai ed i  contadini, perché, in primo luogo, «non si è[ra] iniziata solo sotto questo Ministero l’organizzazione delle leghe» ed, in secondo luogo, perché «questo movimento proletario è il portato necessario del glorioso ostruzionismo e conseguente vittoria elettorale, e non certo generosa concessione ministeriale». E poi soprattutto, perché quella decantata libertà di organizzazione era «semplicemente una spudorata menzogna del Ministero ingannatore», dal momento che «a giovani professionisti, che potrebbero essere anche propagandisti ed  organizzatori, si impedisce perfino di andare liberamente a pranzo e a dormire, e di avvicinare un qualunque operaio!».

La consapevolezza, sia pure mai espressa apertamente dal Nardone nel suo articolo, che egli aveva avuto modo di maturare, anche e soprattutto attraverso la sua stessa diretta esperienza, della differente libertà di azione concessa dal Giolitti ai socialisti, a seconda delle aree geografiche in cui operavano, e della tendenza  del governo ad un utilizzo più marcato degli strumenti antidemocratici nel Sud d’Italia rispetto al Nord, emerge evidente a conclusione del suo scritto, quando egli invita, con intento chiaramente polemico, i Turati d’Italia a scendere nel Mezzogiorno della penisola, nella Terra di Lavoro. «Vengano, vengano un po’ questi Catoni del socialismo italiano ad Arpino, ad Isola Liri, a Sora, a Piedimonte ecc.[10] e vengano ad organizzare, essi, che sono ministeriali, essi che non sono gl’impulsivi, gli anarcoidi, e ci vengano a dimostrare col fatto che abbiamo torto. Allora soltanto, lealmente, ciascuno di noi potrebbe ricredersi, ma fintanto che essi parlano di libertà, rimanendosene nei paesi, dove la libertà è stata conquistata dal Popolo, che la difende, e confondono i loro voti con quelli di un Rosano, di un Di Laurenzana, di un  Grossi[11], non hanno diritto di insultare molto alla leggiera quelli che, mantenendosi fedeli ai principi ed alla tattica del P. S., questa tattica e questi principi vogliono che rimangano alti e rispettati».

L’indirizzo politico sostenuto da “la Luce” uscì, però, ridimensionato dal primo Congresso provinciale del partito, conclusosi con la vittoria delle posizioni centriste del Ferri (equidistanza sia dai metodi rivoluzionari, sia dal riformismo). Ne conseguì l’emarginazione dei gruppi antiriformistici ed intransigenti, ma, nello stesso tempo, conseguenze negative si abbatterono anche sullo stesso partito, che, nell’accresciuto clima conflittuale,  sfociarono nella morte della Federazione e nella fine della stessa “la Luce”.

Non  desta, pertanto, meraviglia se al Congresso nazionale di Bologna, celebrato nel 1904, il socialismo casertano risultò completamente assente.

                              (tratto dal numero di maggio/giugno 2011 del periodico “Osservatorio Casertano”)



[1] “la Luce”, 21 aprile 1901.

[2] C. Cimmino, Democrazia e Socialismo in Terra di Lavoro in età liberale (1861-1915), p. 144.

[3] “la Luce”, 21 aprile 1901.

[4] Per Cimmino, Democrazia e Socialismo, cit., p. 138, essa andava ricondotta anche «al modo come la borghesia locale reagì alla diffusione nell’ambito della provincia del socialismo».

[5] Ivi, p. 144.

[6] Bernardo Nardone, formatosi negli ambienti politici napoletani, passò al socialismo attraverso l’esperienza repubblicana collettivista. Mise mano con altri, nel 1899, all’organizzazione degli operai delle industrie della Valle del Liri e della locale sezione socialista. Con Enrico Ferraro, e Leopoldo Ranucci ebbe il mandato dalla Federazione Campano Sannita di organizzare la Federazione socialista di Terra di Lavoro. Fece parte della redazione de “la Luce”, il foglio  che erano stati autorizzati a pubblicare i socialisti della provincia di Caserta. In sostituzione del Sirombo, ebbe anche la nomina a consigliere federale di Terra di Lavoro (nel gennaio 1900 si era tenuto il primo Congresso socialista campano, che decise di costituire una Federazione regionale). Sindacalista rivoluzionario dopo la scissione avvenuta nel Partito Socialista nel 1908, svolse un importante ruolo politico ed amministrativo ad Arce, divenuto, in provincia, un importante centro del sindacalismo rivoluzionario, «fino a conquistare nel 1909 l’amministrazione di quel Comune di cui divenne sindaco». Rientrato nel Partito socialista dopo il Congresso provinciale di Cassino, che segnò il ritorno all’unità delle due anime del socialismo, nel 1913 fu candidato senza fortuna alla Camera nel collegio di Pontecorvo (C. Cimmino, Democrazia e socialismo, cit. pp. 132-133 e 188). Successivamente aderì al PCI (A. Di Biasio, La questione meridionale 1800-1900, Napoli 1976, p. 299).

[7] “la Luce”, 11 agosto 1901.

[8] Quanto allo Zanardelli, in altro articolo del 10 marzo 1901, “la Luce”, ricordava , che era «il padre del codice più reazionario che esiste nel mondo civile».

[9] Si tratta di due figure di famosi briganti.

[10]  Erano , all’epoca, i Comuni della provincia più industrializzati ed a più elevata presenza operaia.

[11] Pietro Rosano, Federico Grossi e Luigi Gaetani di Laurenzana, principali esponenti politici della provincia di Terra di Lavoro, furono eletti più volte deputati e sedettero anche in Consiglio provinciale. Il Rosano, legatissimo a Giolitti, si sarebbe ucciso di lì a qualche anno.

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mauro nemesio rossi

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