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Primo decennio del ‘900 – Il sistema di Potere di Peppuccio Romano

aversa ieri                                                                           Olindo Isernia

                                       IL SISTEMA DI POTERE DELL’ON. PEPPUCCIO ROMANO 

 NEL COMUNE DI AVERSA IN UN DOCUMENTO DI ARCHIVIO
(agosto 1909)

 

 

 

 Giuseppe Romano, originario dell’Agro aversano, indicato dalla pubblica opinione quale organico aderente alla camorra, nei primissimi anni del nuovo secolo aveva messo a disposizione la forza elettorale di cui disponeva, basata sulla collaudata rete di clientele, che a lui faceva capo, e sull’aiuto, che, in termine di consensi, era capace di assicurare la succitata organizzazione criminale, per mandare a buon fine l’elezione a deputato nel collegio di Aversa dapprima, nel 1900, del giolittiano avvocato Pietro Rosano[1] e, poi, nel 1904,  di Carlo Schanzer, esponente politico completamente estraneo al collegio, ma anche lui strettissimo collaboratore di Giolitti. Per sé riservò, invece, nello stesso periodo, il collegio di Sessa, in cui riuscì eletto due volte di seguito, nel 1901 e nel 1904, prima di presentarsi, finalmente, con successo, nei comizi del 1909, nel suo collegio naturale di Aversa.

Attaccato, durante la seduta di insediamento della Camera, quando venne il suo turno di votare per l’elezione del presidente, da alcuni deputati socialisti, che, ancora una volta[2], per nulla intimiditi da un biglietto, fatto loro recapitare poco prima e contenente minacce neppure troppo velate[3], non avevano esitato a contestare assai vivacemente la sua presenza in aula, si vide, di lì a poco, annullare la propria elezione dal voto della Camera, su proposta della Giunta per le elezioni. L’esito delle nuove elezioni, la cui ripetizione fu fissata, a distanza di soli pochi mesi, in agosto, non gli fu favorevole. Uscì, infatti, sconfitto dal confronto col suo avversario Gerardo Capece Minutolo di Bugnano, che, in questa occasione, a differenza di quanto era successo nella precedente annullata consultazione, oltre a far leva sulle sue ben note notevoli risorse finanziarie, impiegate, in larga misura, soprattutto nella compravendita dei voti, e sul tradizionale appoggio, che gli veniva dai proprietari terrieri e dagli ambienti dell’Ospedale psichiatrico dell’Annunziata, poté avvalersi anche del decisivo sostegno della camorra, che, ritenendo ormai finito il Romano, aveva, senza esitazione, preso la decisione di passare armi e bagagli dalla sua parte[4].

A questo punto, sia pure indebolito non poco dal voltafaccia dell’onorata società e dalla mancata elezione a deputato, restava, tuttavia, a disposizione del Romano ancora quella larga base di potere, che faceva soprattutto perno sul controllo totale, che egli da tempo esercitava sull’Amministrazione della Città normanna e su tutto quanto da essa dipendeva. Era proprio su quel versante, al fine di un suo definitivo ridimensionamento, che andava ora energicamente attaccato. Non passò, difatti, molto tempo, prima che l’intera gestione, in buona parte illegale, con cui era regolata la vita dell’Ente comunale, fosse sottoposta ad una più attenta e soprattutto più determinata osservazione, che sfociò, alla fine, a distanza di appena alcuni mesi, nello scioglimento del Consiglio comunale e nella nomina di un regio commissario per l’amministrazione straordinaria.

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Tra le carte conservate nell’Archivio di Stato di Caserta, su fogli intestati “Ministero dell’Interno” e con l’indicazione di località e data, Aversa 20 agosto 1909, è conservata una lunga nota informativa[5] , che, con circostanziate denunce, getta luce su quello che era l’andamento amministrativo nel Comune di Aversa. La relazione fornisce una dettagliata radiografia del sistema di potere operante all’interno di quell’importante Ente locale, che, da almeno un trentennio, direttamente o indirettamente, faceva capo all’on. Peppuccio Romano ed ai suoi fratelli, dilungandosi a descrivere, settore per settore, i meccanismi, che erano alla base del suo funzionamento, tutti rivolti, di regola, ad assicurare, attraverso il drenaggio a fini privati delle  finanze comunali, illeciti vantaggi a sé ed ai propri sostenitori, con l’obiettivo dichiarato di ampliare quanto più fosse stato possibile le basi del consenso elettorale di Peppuccio Romano, principale esponente della famiglia. Inoltre, per avvalorare maggiormente quanto si denunciava, essa dava anche conto dei nominativi dei principali individui di riferimento della estesa rete clientelare, messa su in tanti anni dai Romano, che contribuiva non poco a rendere inattaccabile la loro posizione di incontrastato «dominio»[6].

In assenza di sottoscrizione, non è possibile indicare con certezza la fonte di tale documento. Di certo non si tratta del resoconto di una inchiesta ministeriale, come farebbero ritenere i fogli intestati, sui quali è trascritta, ma piuttosto, di una circostanziata denunzia, da servire eventualmente quale indicazione di un percorso di indagine da seguire nel caso si fosse deciso di aprire una simile inchiesta, al fine di accertare oggettivamente tutte le malefatte amministrative, che si consumavano in quell’Ente locale[7].  Alla denunzia si accompagnava, infatti, di continuo l’invito al prefetto a verificare l’autenticità di quanto si affermava ed, in conclusione, si allegava anche un elenco di potenziali testimoni in quanto conoscitori dei fatti.

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   Il quadro che, nel suo complesso, emerge dall’informativa è quello di un profondo degrado etico e civile della vita politico amministrativa della città di Aversa, dove il mancato rispetto della legge era la regola, il saccheggio delle risorse pubbliche era un fatto abituale ed elevati a sistema erano i favoritismi nei riguardi degli amici sostenitori e le «persecuzioni» degli avversari. In una parola ogni aspetto della vita associata appariva profondamente «inquinato» dal malaffare e la causa andava ricercata nel fatto che «fatalmente, tutto è[ra] soggetto alla malavita locale alleata indissolubilmente con Giuseppe Romano».

Diventava così del tutto normale che gran parte delle spese per lavori e forniture si facessero dal Comune «senza preventivi, senza deliberazioni, senza controlli» e si utilizzasse «ogni sotterfugio» per evitare le gare. Le nomine di impiego negli uffici toccavano di regola ad amici ed individui legati, per parentela o clientela, ad amministratori o sostenitori del partito Romano, senza neppure tener conto, come era accaduto di recente, di eventuali precedenti penali di coloro che si andavano ad assumere o a nominare[8]. L’Amministrazione era, poi, in pieno caos, con il Consiglio comunale nei fatti esautorato, provvedendo solitamente la Giunta ad approvare «coi caratteri dell’urgenza» le deliberazioni di sua competenza, e coi troppi impiegati, che non facevano il loro dovere «perché al servizio dell’ex On.». Profondi dissidi e diffidenze esistevano, inoltre, tra i consiglieri. A distanza di sette mesi non era stato possibile riunire una sola volta il Consiglio comunale per eleggere il nuovo sindaco, consentendo al fratello di Peppuccio Romano, Alfonso, nella sua qualità di prosindaco, di continuare a reggere indisturbato le sorti del Comune. Pur tuttavia, per nulla preoccupandosi della pubblica opinione che «l’addita[va] come un’associazione criminosa»[9], esso continuava a restare al suo posto «senza funzionare, solo per profitto, per sperpero» e per «mantenere sotto la bandiera di Alfonso Romano […] la larga schiera di famelici e di delinquenti».

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   Il settore dal quale il Romano attingeva il maggior numero di risorse finanziarie, che gli occorrevano per mantenere legate a sé la «larga schiera di parassiti famelici», era quello dei lavori pubblici. L’espediente, al quale con maggior frequenza si faceva ricorso, consisteva nel deliberare la realizzazione di determinati lavori di pubblica utilità con l’unico vero intento di poter disporre di tutte o di buona parte delle somme stanziate  per la loro esecuzione, da utilizzare, poi, per far fronte a spese di tutt’altra natura, da destinare a beneficio di privati e per fini di carattere elettorale.

Nel nostro documento il meccanismo è illustrato in questi termini: «Tutte le più grandi immoralità si compiono nell’Amministrazione, che fa capo all’ex Onorevole Giuseppe Romano, ed a cui sovrintende il  fratello Alfonso, per mezzo dei lavori pubblici, disponendo cioè l’esecuzione degli stessi allo scopo di coprire spese non consentite […] giacché molti lavori mascherano prelevamenti segreti di somme invertite in usi privati ed elettorali e coprono compensi agli intestatari per materiali e mano d’opera per lavori privati nella casa dell’ex Onorevole e suoi congiunti, ed in quelle degli altri amministratori». Ne conseguiva che molti dei lavori posti in cantiere erano solamente un «trucco», che altri erano niente altro che «duplicati» di opere già eseguite e che quasi tutti erano «sensibilmente alterati per qualità e quantità e per prezzi esagerati». Era, infatti, notorio che di tutta la «valanga di lavori e lavoretti deliberati, ben pochi furono poi eseguiti, ed altri furono eseguiti «in infima parte».

  Unicamente «elettoralistici» erano poi i criteri con i quali erano distribuiti i sussidi comunali ai cittadini bisognosi. Essi, come è specificato nella nota, erano, «in sensibile misura», concessi ad individui «notoriamente appartenenti al partito Romano, del quale frequenta[va]no la casa», mentre i veri bisognosi restavano senza aiuti, provocando non poco malcontento tra la popolazione. Spulciando la lista dei sussidiati, era facile imbattersi in nomi di elettori, che, in occasione delle competizioni elettorali, vendevano regolarmente il loro voto, di noti galoppini e di pregiudicati, che facevano capo al Romano. Tra i beneficiati potevano rinvenirsi perfino dipendenti comunali, come la guardia municipale Paolo Casiviglia, al quale era stata assegnata, nella passata Pasqua, la somma di lire settantacinque.

Strettamente controllato dai Romano era anche il sistema, che regolava le forniture occorrenti all’Ente comunale. Quella che presentava maggior «margine per scopo elettorale» era la fornitura di stampati e manifesti, ai quali provvedeva da tempo Domenico Perfetto, «uomo dei principali e più accanito manutengolo del Romano», che di recente più volte lo aveva accompagnato «nei suoi pellegrinaggi alla Giunta delle elezioni». Sempre all’unico scopo di favorire questo loro affiliato, si provvedeva ogni volta ad elevare l’entità della fornitura degli stampati come di ogni altro materiale tipografico e di cancelleria in misura di gran lunga superiore all’effettivo bisogno e, malgrado l’importo di spesa risultasse quasi sempre di entità considerevole, non fu presa mai in considerazione la convenienza di sperimentare l’appalto per asta pubblica. E ciò, malgrado fosse intervenuta, a rimarcare quest’aspetto, la stessa Prefettura, richiamando più volte l’Amministrazione all’obbligo di procedere per via di appalto pubblico in tutti quei casi in cui la cifra complessiva risultasse superiore a lire cinquemila. Il prosindaco Alfonso Romano, longa manus del fratello Peppuccio, non si era, infatti, mai curato «dei suggerimenti della Prefettura» e «non solo si è[ra] sorpassata la somma di lire cinquemila, ma, senza alcuna deliberazione di Giunta e di Consiglio, si è[ra] data ancora la fornitura delle stampe allo stesso Domenico Perfetto, in via privata».

Anche nella fornitura di medicinali e disinfettanti «occorsi per l’ufficio sanitario» erano denunziati sperperi e irregolarità. A beneficiarne, in questo caso, in modo particolare erano i farmacisti e fornitori Francesco de Paola e Biagio Incaselli, entrambi noti galoppini ed agitatori di Giuseppe Romano. Il de Paola, che era anche regolarmente stipendiato dal Comune di Aversa con l’annuo compenso di lire seicento, «per tenere di notte la farmacia aperta al pubblico», servizio che, in realtà, svolgeva solo sulla carta, come era ben noto alla popolazione ed era a conoscenza anche degli stessi carabinieri, era un fedelissimo del Romano e, di recente, per aver deposto il falso in favore di questi, era stato colpito da ordinanza di rinvio a giudizio. Nei periodi elettorali si mostrava particolarmente attivo e nelle ultime elezioni politiche, aveva funzionato da presidente del secondo seggio elettorale di Aversa, commettendo «ogni sorta di violazioni di legge, per cui è sotto processo».

C’era poi il capitolo delle gratificazioni, dei compensi e delle indennità a favore di quegli impiegati comunali, cui si faceva maggiormente ricorso in occasione delle elezioni, politiche ed amministrative.  In particolare, durante il periodo elettorale tra febbraio ed agosto 1909 (candidato alla Camera Peppuccio Romano) gli sprechi fatti dall’Amministrazione comunale controllata dai fratelli Romano per favorire i propri sostenitori non si contarono. «Gratificazioni, compensi ed indennità» furono distribuiti ai dipendenti ed agli impiegati amici. A scopo sempre di favoritismo, compiti e lavori, che andavano svolti dal personale comunale, furono affidati, invece, a personale estraneo, gravando di notevoli esborsi le già dissestate finanze comunali. Il lavoro di copiatura delle liste elettorali richiese, per esempio, il pagamento ai copisti esterni della cospicua somma di lire mille, che doveva servire unicamente «a pagare i voti». Cifre gonfiate furono pagate anche ai fornitori, che provvidero a tutto quanto occorse per la permanenza di duecento carabinieri, destinati ad Aversa dalla fine di giugno agli inizi di agosto «per l’agitazione elettorale». Soltanto per l’illuminazione dei locali di alloggio furono saldate al fornitore Isella Umberto «parecchie centinaia di lire».

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   Il medesimo disordine e l’identica illegalità amministrativa, che caratterizzavano la gestione dell’Ente comunale, si ritrovavano nel governo degli enti e delle istituzioni che da esso dipendevano. Una delle più importanti istituzioni, che operavano nel settore della pubblica istruzione era l’Istituto liceale municipale «Domenico Cirillo». L’Istituto si reggeva senza bilancio preventivo e versava in condizioni economiche precarie. Il bilancio del 1908 si era chiuso con uno sbilancio di L. 35.000. Il deficit in parte era dovuto al mancato incasso delle tasse scolastiche, stimabile in L. 12.000[10], e, per il resto, «a spese in eccesso». Il numero del personale era «strabocchevole», quasi il doppio del necessario, in controtendenza con il numero degli alunni, che andava, invece, progressivamente diminuendo. Anche al «Cirillo» sperperi, favoritismi e irregolarità si consumavano allegramente. Il corpo insegnante usufruiva di un trattamento di favore ed era destinatario di privilegi, quali la concessione di decimi senza fine, «assolutamente contro legge». Si giungeva anche a retribuire i professori incaricati con lo stesso stipendio corrisposto ai titolari. Come si è già visto per il Comune, anche l’Istituto era presieduto, «per modo di dire», da Enrico, un altro fratello di Peppuccio Romano, dal momento che a decidere e a disporre ogni cosa era proprio quest’ultimo, alla stessa maniera di come era solito fare nel periodo in cui si trovò a presiederlo direttamente[11].

Un simile generoso criterio di erogazione di benefici e vantaggi personali si spiega ancora una volta, anche in questo caso,  con il fatto che l’Istituto «Cirillo» era un importante feudo elettorale, dove si annidavano «i più sfrontati fautori del Romano», che andavano adeguatamente remunerati, a cominciare dal direttore dell’Istituto, Michele Pirozzi[12], per proseguire con il segretario Biagio Lucarelli, l’economo Aniello di Martino e per finire con il prefetto di cucina, Arturo Pozzi, che, anche lui come il de Paola, a garanzia del capo, aveva presieduto uno dei seggi elettorali di Aversa, il quarto, nelle ultime elezioni politiche di agosto. Sempre gli stessi erano, poi, coloro che beneficiavano dell’assegnazione dei lavori di manutenzione (Ferdinando e Salvatore Orabona, Francesco Orabona, Antonio De Biase, il già citato Domenico Perfetto, Luigi Feola, Tommaso Iacone, Paolo Cinquegrana). Dall’esame delle fatture emergevano anche in questo caso «cose mostruose»: «lavori e forniture dieci volte superiori al necessario» e valutati «il duplo» del valore reale. Inoltre, accadeva spesso che nel corso dello stesso anno si ripetessero lavori già in precedenza effettuati. Quanto alle speculazioni sul vitto, che assicuravano anch’esse «grossi ed illeciti profitti», si verificava che, nei periodi delle ferie autunnali e pasquali, si continuava, ai fini del calcolo dei pasti da fornire, a conteggiare nel numero dei presenti anche i convittori «già partiti o non ancora rientrati».

Ma la «deleteria» influenza di Peppuccio Romano non aveva limiti e finiva perfino per influire sulla scadente qualità dell’alimentazione della popolazione aversana. In Aversa si consumava carne della  «peggiore qualità», per il semplice motivo che i beccai, che «erano stati i principali fornitori dei soccorsi occorrevoli per le elezioni di Giuseppe Romano», si rifacevano, mettendo in vendita «carne di animali morti o tubercolotici», per di più «a prezzi fantastici, superiori del doppio a quelli reali». Né era possibile «poter ricorrere ad alcuno», considerata la connivenza dell’Ufficio Annonario Municipale. La lista delle irregolarità si concludeva, dulcis in fundo, con i gravi rilievi riguardanti la questione dell’acquedotto del Serino,  giudicata un vero e proprio «scandalo».

 ***

   La richiesta di una severa indagine ministeriale, sollecitata dal compilatore dell’articolata denuncia, perché si ponesse fine allo «scempio» da parte di chi riteneva di utilizzare il patrimonio pubblico  alla stregua del patrimonio privato, fu effettivamente presa nella dovuta considerazione dalle autorità superiori. Di lì a poco fu data via libera all’inchiesta, che venne affidata al consigliere di prefettura G. B. Massara. Questi, a metà del mese di dicembre, consegnava al prefetto i risultati emersi dall’analisi delle carte comunali. Le irregolarità, che erano state evidenziate nella più volte citata denuncia, trovarono puntuale conferma, compresa la cattiva gestione dell’acquedotto comunale. Scriveva, infatti, il prefetto di Caserta al Ministero dell’Interno nella sua informativa del 18 dicembre 1909[13]: «[…] gravi colpe e violazioni di Legge emergono sussistenti a carico dell’Amministrazione Comunale di Aversa: essa nei suoi atti più che nell’interesse generale della cosa pubblica, è mossa da interessi particolari e scopi di partito, in quanto che subordina alle esigenze di questo le nomine comunali, l’ordinazioni di lavori e di spese, la concessione di sussidi, utilità e benefizii, sperpera il patrimonio comunale con spese liquidate in misura eccessiva, non preventivamente, nei casi di Legge, autorizzate, gestisce illegalmente in economia non autorizzata l’importante azienda del civico acquedotto e ne trascura le riscossioni per canoni di acqua dovuti da privati per somme accumulate di molte migliaia di lire, lascia in balia di una Commissione irresponsabile, illegalmente costituita, l’amministrazione di un grande Istituto municipale quale è l’Istituto Domenico Cirillo con gravissimi danni e perdite per le finanze comunali e persiste nelle contabili violazioni di Legge». Descriveva, quindi, il basso grado di credibilità in cui era precipitata l’Amministrazione nella opinione generale della cittadinanza e sottolineava lo scollamento esistente all’interno del Consiglio, giunto a tal segno che «da 10 mesi v’è[ra] vacante il posto di sindaco, non essendosi nessuno della maggioranza prestato a sobbarcarsi al difficile compito».

I risultati scaturiti dall’ispezione Massara resero, finalmente, inevitabile il provvedimento di scioglimento del Consiglio comunale di Aversa e la nomina, agli inizi del nuovo anno, del regio commissario nella persona del dott. G. B. Podestà. La notizia della nomina del funzionario fu accolto con giubilo e soddisfazione dalla parte politica avversa al Romano. I sostenitori dell’on. Gerardo Capece Minutolo di Bugnano, secondo quanto trasmise al prefetto il delegato di P.S. di Aversa[14], organizzarono addirittura «una serenata in onore della famiglia del regio commissario», alla quale parteciparono anche numerose signore e furono cantate canzoni locali, senza che si verificasse nessun incidente.

La ricostituzione agli inizi di luglio del nuovo Consiglio, in seguito al voto amministrativo di giugno, e l’elezione a sindaco, il 4 luglio, dell’avvocato Giuseppe Duca De Lieto, che aveva già ricoperto in due occasioni, negli anni precedenti, tale carica[15], non pose, però, fine alla martoriata vita amministrativa del Comune della Città normanna. A distanza di soli alcuni mesi, il 17 novembre, il De Lieto restava vittima di un grave fatto di sangue ad opera di un certo Vitale, uomo particolarmente violento e sanguinario ed affiliato alla camorra[16]. Né potevano dirsi rassicuranti le voci, che correvano in giro sul conto di questo o di quell’altro consigliere comunale appena eletti, espressi, a volte, anche in versi, come in quelli che di seguito si riportano

«Esulta, esulta Aversa e grida osanna
In cambio di Peppuccio
hai Russo e Manna
Da un despota ladruncolo preclaro
passi ad un truffaldino e un ricottaro»[17].

 

Che era un modo per esprimere, in maniera estremamente realistica, la totale sfiducia nella possibilità che un qualsiasi sostanziale ed effettivo cambiamento fosse possibile realizzare in Aversa, «nobile ed antica Città della provincia di Terra di Lavoro».

 

 



[1] Avvocato affermato, intrattenne stretti rapporti con Scarfoglio, Summonte e Casale. Uscì indenne dall’inchiesta Saredo, anche se non restò esente da accuse che volevano avesse cercato di ostacolarne il libero svolgimento. Morì suicida nel 1903. Ricoprì la carica di sottosegretario all’Interno in uno dei governi Giolitti e fu anche eletto presidente del Consiglio Provinciale di Terra di Lavoro, carica questa, che occupò in seguito il suo successore nel collegio, ministro Carlo Schanzer.

[2] Alcuni anni prima era stato il socialista Oddino Morgari ad attaccarlo sempre in Parlamento, chiedendo a gran voce che fossero usciti dall’aula i camorristi. Definendo camorrista il Romano, l’on. Morgari puntava deliberatamente a colpire il bersaglio grosso, costituito dal presidente del consiglio Giolitti, che del Romano si era servito per far eleggere il suo uomo fedelissimo Schanzer.

[3] Nel biglietto, recapitato a Morgari, Ciccotti, Chiesa e Bissolati, si avvertiva costoro di astenersi da qualsiasi attacco alla persona dell’on. Romano, se desideravano morire di morte naturale

[4] Cfr. i principali periodici locali del tempo e i riferimenti contenuti in G. Garofalo, La seconda guerra napoletana alla camorra, Napoli 2005, pp. 297-301.

[5] Archivio di Stato di Caserta (ASC), Prefettura Gabinetto (Pref. Gab.), busta (b.)148, fascicolo (fs.) 1552.

[6] Per l’estensore della citata informativa, Giuseppe Romano era «l’uomo infausto», che, «con le sue gesta criminose», aveva infangato il nome di Aversa, «nobile ed antica Città della provincia di Terra di Lavoro». Si sottolineava il suo legame con la camorra, che gli era valso il violento recente attacco, durante la seduta della Camera dei deputati del 25 marzo 1909, culminato nella «celebre unanime frase: Fuori Camorrista». Si ricordava, anche, come sul suo capo pendessero diversi processi, per concussione (quello dinanzi al tribunale di Vallo della Lucania era prossimo all’epilogo) e per altri reati.

[7] Circa la paternità della nota, potrebbe trattarsi di persona del posto ben informata sui fatti e, in questo caso,  con ogni probabilità, espressione del partito contrario ai Romano, che puntava a sfruttare al massimo il momento di difficoltà della famiglia Romano, dopo la sconfitta elettorale e politica di agosto di Peppuccio ed i sopravvenuti mutati rapporti con la camorra locale, con l’intendimento di smantellare una volta per sempre quella posizione di dominio che essa ancora deteneva nel Comune di Aversa. Ma potrebbe anche trattarsi, più probabilmente, di informazioni fatte raccogliere, per disposizione della Prefettura, da qualche locale pubblico funzionario (p. e., il delegato di P. S. di Aversa), da inviare, poi, al Ministero dell’Interno a Roma, per prospettare l’esigenza di un’urgente ispezione ministeriale. Poiché nel documento manca anche il destinatario della nota, nel primo caso si tratterrebbe del prefetto, nel secondo del citato Ministero.

[8] Si era infatti, giunti al punto di nominare nell’Ufficio Tecnico Municipale il segretario dell’ex on. Romano, Nicola Petrone, «condannato per truffa»,e con lui «un cugino dell’assessore Paolizzi ed un altro che si vuole abbia rapporti con un altro personaggio del partito Romano».

[9] In occasione delle convocazioni delle ultime riunioni consiliari primaverili, essendo solita la popolazione portarsi nella Casa comunale per protestare contro il modo di procedere dell’Amministrazione, al Consiglio fu consentito di «esplicare qualche atto deliberativo» unicamente grazie all’intervento della forza pubblica, che bloccò tutte le strade di accesso al Comune.

[10] È interessante notare che, oltre ai figli dei fratelli di Giuseppe Romano, non pagavano le rette i figli e parenti di funzionari della pubblica sicurezza e del personale giudiziario

[11] Il Romano, quale presidente del «Cirillo», fu anche inquisito dall’autorità giudiziaria. «È  bene notare – si legge nella nota informativa – che Giuseppe Romano fu prosciolto per insufficienza d’indizi per vari reati del genere commessi in danno dell’Istituto».

[12] Sul suo conto era annotato che in passato aveva ricoperto la carica di vice pretore di Trentola , da dove «dovette allontanarsi per ragioni abbastanza note, che sono nel dominio pubblico»

[13] ASC, Pref. Gab., b. 148, fs, 1552.

[14] Ivi, il delegato di P. S. al prefetto, 23 gennaio 1910.

[15] Il De Lieto era entrato in politica al principio del nuovo secolo, schierandosi dalla parte del Bugnano. Prima dell’elezione del luglio 1910, era già stato eletto due volte sindaco di Aversa, nel novembre 1907 e, in seguito a scioglimento del Consiglio e a nuove elezioni, il 27 giugno 1908.

[16] Dalle risultanze del processo sembrerebbe che l’uccisione del De Lieto sia stato un’iniziativa individuale del Vitale, in seguito al suo rifiuto di accondiscendere alle richieste dell’omicida di elargizione di denaro, che questi pretendeva che gli fossero corrisposte dall’Amministrazione comunale. Il contenuto di qualche coevo esposto, sostanzialmente anonimo, presente tra le carte di archivio, potrebbe, tuttavia, anche far pensare che l’uccisione del De Lieto sia stata, invece, una vendetta della camorra aversana nel suo complesso, che, dopo essersi impegnata nella campagna elettorale, di fronte alle resistenze del sindaco, vedeva non rispettati i patti. Si consideri, in particolare, quanto è scritto nell’esposto firmato Un impiegato elettricista: «Quel povero galantuomo, Duca De Lieto, che era l’unico uomo del nostro partito, è stato assassinato, perché non ha voluto rubare, assieme a D. Arturo Manna e D. Michele Russo. Non voleva pagare i Camorristi, che avevano lavorato alle elezioni, e Vitale l’ha ammazzato» (ASC, Pref. Gab., b. 148, fs. 1552).

[17] Ivi.

mauro nemesio rossi

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